

Ieri mattina. Oggi diluvia.
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Sembrava uno spreco non fare un post il 29 febbraio. Ma sarà il solito noiosissimo post personale. Ho molto da dire ma poco tempo per elaborare, quindi, amen.
Vediamo: ieri sera siamo stati all’opera, nientemeno. Così fan Tutte in un’esilarante ambientazione moderna, con giubbotti di pelle e cellulari alla mano.
Come al solito trovo che le opere durino quella mezz’ora di troppo di gorgheggi e squittii, ma sono la solita snob tranchant e tutto sommato mi sono divertita. In più abbiamo casualmente incontrato un’amica, a dimostrazione che la capitale degli Stati Uniti è in realtà una città di provincia.
Marzo sarà un mese pieno (come lo è stato febbraio) cominciando da un week end a Filadelfia da Sabato a Lunedì, una cara amica in visita la prossima settimana, due conferenze per il compagno di viaggio una delle quali qui in città, il che trasformerà la casa in un enorme posto letto per italianisti in trasferta. Come un grosso letterario pigiama party.
Quest’anno abbiamo anche deciso di variare le nostre date vacanziere, saremo da questo lato dello stagno fino alla fine di giugno e penso che questo ci porterà vita sociale e divertimento.
Intanto crescono lentamente le nostre radici in città: con nuovi e vecchi amici, abitudini ed esperienze. Ci siamo ormai rassegnati al fatto che la vita sociale va programmata con un certo anticipo, ma stiamo anche lentamento introducendo la nostra cultura agli autoctoni: lunedì sera un giro nella birreria all’angolo last minute ha raccolto entusiaste adesioni e review da parte di un paio di vicini.
Basta volere…
Sono un ragazzo ed una ragazza, sui 25 anni, siedono compiti, un po’ rigidi al tavolo con di fronte una taga col proprio nome di battesimo. Sono qui per comunicare la loro esperienza di continuing students alle matricole, rispondere a qualche domanda, fornire soprattutto un esempio di incoraggiamento.
Inizia a parlare lui. E’ mediorientale, l’inglese e’ leggermente accidentato. Ci spiega che si è iscritto al college dopo due anni dal suo arrivo in America, perché prima ha dovuto imparare la lingua. Ha lo sguardo determinato ma è evidente che sta dominando una leggera emozione per dover parlare in pubblico.
La docente/moderatrice fa delle domande. Gli chiede quali siano i suoi obiettivi a breve, medio e lungo termine. Lui risponde che sta per prendere il diploma e poi trasferirà i crediti ad un college tradizionale. Ha già le domande di ammissione in viaggio: Georgetown, George Washington, o University of Maryland. Poi vorrebbe prendere un MBA e lavorare per una ONG, “in qualunque posto ci siano dei poveri da aiutare”. Fa una pausa e un breve respiro: “a lungo termine, spero di candidarmi come presidente del mio paese”.
Nessuno reagisce all’affermazione. La moderatrice incoraggia, bene bravo, bisogna puntare in alto.
Poi tocca alla ragazza. E’ minuta e carina, racconta di avere una figlia, e che questo è il suo secondo tentativo al college, sta andando molto meglio del primo, ha una buona media e può aspirare a delle borse di studio. Si dilunga su come gestisce l’essere madre e l’essere studente. Ha un piano d’azione, vorrebbe diventare avvocato, ma nel caso insegnante d’inglese andrà bene ugualmente.
La moderatrice le chiede quale sia l’ostacolo maggiore che ha dovuto superare, sulla sua strada per il diploma. Lei non cambia espressione ne’ tono di voce dicendo “l’anno scorso ho subito una violenza sessuale”. Chiarisce che con l’aiuto di varie persone, inclusi gli insegnanti, e grazie al fatto che aveva bei voti già in partenza, il colpo è stato superato e la carriera scolastica è salva.
La moderatrice si informa con tatto ma senza imbarazzo per verificare che la ragazza abbia una buona rete di supporto.
Io siedo leggermente perplessa, mi chiedo che risposte darebbero degli studenti italiani messi nella stessa situazione. Probabilmente frasi di rito, troppo imbarazzati per lasciar intravedere sogni grandi come la luna o problemi estremamente personali.
Quando la piccola conferenza finisce, i ragazzi si rimettono lo zaino a spalla ed escono dall’aula, verso il prossimo traguardo.
Siamo ancora qui, solo molto, troppo impegnati per stare dietro al blog con il solito entusiasmo. Intanto, stasera sembra finalmente inverno: da queste parti finora il clima è stato mite e ce la siamo cavata con poco. La solita marmotta la scorsa settimana ci ha annunciato ancora sei settimane d’inverno e molti si sono chiesti: quale inverno?
Invece stasera il vento soffia sulle torrette del mio quartiere, i bidoni delle immondizie rischiano di rotolare in strada e la mia solita passeggiata serale di rientro su North Capitol si è rivelata una reminiscenza canadese.
Il sabato è il mio giorno più pieno, esco al mattino e rientro la sera sul tardi, e sto seduta per buona parte del giorno, quindi cerco di fare gli spostamenti a piedi. Non è stata la mia idea migliore.
Ieri siamo usciti a cena con amici, e siamo stati ad Adams Morgan.
Adams Morgan è il quartiere dei bar e dei locali, ok non l’unico ma il più gettonato, e il CdV e io non ci eravamo ancora stati da quando siamo in città. Può sembrare assurdo perché è anche relativamente vicino, ma il parcheggio è un piccolo dramma e noi non siamo gente da night life in ogni caso.
Ma qualche tempo fa abbiamo visto la recensione di un locale che ha circa 1000 qualità di Whiskey, e si possono fare gli assaggi.
Insomma, siamo andati ed è stato molto divertente, si mangia molto bene, anche se il tutto costa il budget di circa tre uscite al ristorante. Ma, ehy, la vita è una, e i whiskey, appunto, sono più di mille.
Questo per dire che la nostra vita sociale sembra prendere finalmente una forma meno random (del tipo: si esce per uscire, perché non conosciamo nessuno e da qualche parte bisogna pur cominciare) e più organizzata. Riusciamo a vedere le stesse persone più di una volta (avevo scordato, credo si chiami amicizia), con regolarità, alcune abitano in zona e basta un preavviso minimo, insomma, uff, ci siamo quasi.
Mi sono anche iscritta in palestra (ehy, vi ho sentito ridere, eh) e avendo scoperto i podcast (ho una lista lunghissima e sono assuefatta) mi ci diverto pure, anzi ci vado quasi apposta per avere una scusa per ascoltare i miei programmi preferiti.
Ecco, tutto questo più le regolari attività giornaliere lasciano poco tempo per scrivere. O per lo meno per scrivere sul blog. Ma mi manca e cercherò di recuperare. Nessuna promessa