Habemus Papam

di Nanni Moretti

Mi piace andare al cinema, mi piacciono i film perché mi piacciono le storie, quelle interessanti e ben raccontate. In rari casi, esco dal cinema in stato di grazia, la storia che mi è stata raccontata è pressoché perfetta, e io mi ci sono persa dentro, la sensazione di magia dura ancora un pò mentre torno a casa, in alcuni casi per giorni.

Questo è uno di quei film, una di quelle storie.

Un papa viene eletto, e l’uomo sotto l’abito non si sente all’altezza, non ce la fa. Mentre lui si macera nell’ansia e nel dubbio, il vaticano ed il mondo attendono, in un vuoto di leadership che spiazza e spaventa, ma crea inaspettate opportunità.

Non vi dico altro, perché non sarebbe giusto, ma il film è bellissimo, con immagini eccezionali e molta ironia, ma quasi nessun sarcasmo.

Non è una critica al clero (qui estremamente fotogenico nelle sue vesti cardinalizie) ma una riflessione sul potere e sulla responsabilità, sulle scelte e su una società che forse è ormai senza padre.

Si esce dal cinema soddisfatti ma non sazi, e resta il dubbio che, se propeio un papa deve esserci, Michel Piccoli con i suoi dubbi e le sue esitazioni, la sua dolcezza e le strade non prese, sarebbe l’unico vero papa possibile.

Il corpo delle donne

La mercificazione del corpo femminile nei media italiani: si lo so che non è argomento nuovo, si lo che ne ho già parlato, ma l’argomento mi sta a cuore e quindi subite.

Soprattutto se siete all’estero e magari vi  è sfuggito, guardate questo breve documentario di Lorela Zanardo, “Il corpo delle Donne” appunto.

Sappiate che come al solito Striscia la Notizia si è adombrata per la citazione e ha prodotto una specie di copia intitolata “Il corpo delle donne 2″ (ma si può fare una cosa del genere, loro che hanno sempre la mano così lesta alla querela?) in cui spossa l’attenzione dai media in genere ai media “progressisti”.

Non mi pare che ci siano media particolarmente migliori di altri in Italia, fatte poche eccezioni, e il clima sta peggiorando, ma insomma, guardate il documentario – quello della Zanardo (e anche l’altro, perché no),  è disponibile online, gratuitamente ecc. Non ci sono scuse.

Il Canada contro la Guerra

Questa è una delle poche “common knowledge” riguardo al Canada. Durante la guerra del Vietnam, molti soldati americani cercarono rifugio nel Grande Nord per sfuggire alla leva, ed vennero accolti.

Il Canada deve forse a quel periodo la sua fama di paese pacifico, gigante buono.

Gli Stati Uniti sono nuovamente in guerra (a qualcuno era sfuggito?) e di nuovo molti giovani americani si rivolgono ai vicini di casa per sfuggire all’Iraq.

Ma questa volta il Canada sembra ambivalente: il sentimento prevalente sembra essere una sorta di “vivi e lascia vivere”, ma più da parte dei cittadini che da parte del governo. Harper infatti è troppo collegato al governo americano per potersi permettere una posizione chiara a favore dei disertori (e uso questa parola assolutamente con un significato positivo).

Se volete maggiori delucidazioni sull’argomento il blog di Laura è il posto giusto, e in particolare questo articolo uscito anche su Common Dreams.

Tutto questo per dire che oggi è La Giornata Canadese in Supporto dei Resistenti Statunitensi alla Guerra  (traduzione penosa, scusate).

Manifestazioni e raduni sono previsti in tutto il paese.

Ad Halifax in particolare ci sarà una serata il 29 Gennaio, al SUB Building di Dalhousie, con proiezione di due film, tra cui “Sir, no Sir”.

Ci vediamo li’?

Juno

Ieri sera, vincendo l’apatia del dopocena, il compagno di viaggio ed io siamo andati al cinema.

Ci ha indotto ad uscire di casa Ellen Page, stella in ascesa del firmamento cinematografico, che da queste parti e’ un caso a se’: infatti e’ di Halifax, dove e’ nata, ha studiato, e tuttora vive, tra un film e l’altro. Insomma, qui non si parla d’altro, se si parla di cinema.

E infatti Ellen Page e’ bravissima, nel ruolo di Juno, adolescente con il giusto grado di sarcasmo e maturita’ da non farla sembrare antipatica, che resta incinta dopo una notte passata con un coetaneo.

La trama e’ banale, a tratti consolatoria. Per motivi non chiarissimi, Juno decide di non abortire e dare il bimbo in adozione, supportata nella scelta da un paio di  genitori molto comprensivi e simpatici.

Il passo successivo e’ la scelta dei genitori adottivi, una coppia yuppy che vive in una Mcmansion, molto belli e perfettini, con un matrimonio che sin dall’inizio si indovina non azzeccatissimo.

La trama, raccontata cosi’, e’ piuttosto banale, e certo alcune cose  non sono approfondite come ci si aspetterebbe in una simile situazione.

Ma Juno e’ una commedia che si basa sullo script, sulla recitazione, e sul carattere dei personaggi: e quindi alla fine fine si esce dal cinema contenti. Tutti gli attori sono all’altezza, ogni personaggio e’ ben delineato e pieno di sfumature, e i dialoghi sono scoppiettanti.

Ci si innamora di Juno, adulta e bambina, e delle sue scelte irrazionali. Ci si innamora del suo boyfriend, rispettoso e rassicurante, anche quando Juno lo esclude da qualunque decisione o responsabilita’, dell’amica del cuore, con un debole per gli insegnanti attempati,  e persino della coppia adottiva, una Jennifer Garner ossessivo compulsiva ed un Jason Bateman trentenne Peter Pan.

E’ bella Minneapolis con suo cambio di stagioni, sono perfette, surreali e scanzonate, le musiche della colonna sonora.

I dialoghi, poi sono il punto di forza del film. (“Tu riesci a essere un tipo ‘giusto’ senza neanche provarci” “Ci provo eccome, e pure tanto”; “I tuoi genitori lo sanno che sei qui?” “No, ma sono incinta: che altro posso combinare?”)

Significati? No, e’ solo cinema. Ma cinema ben fatto, e brillantemente recitato.

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Notturno Bus e altri incidenti

Quando torna da oltre oceano, in genere il Compagno di Viaggio è in crisi d’astinenza da cinema italiano. Il che si risolve in numerose puntate al cinema e acquisto in massa di DVD.

Io non sono ancora a questo punto, ma l’ho seguito volentieri a vedere Notturno Bus, film dell’esordiente Davide Marengo. E’ un film di genere, e io adoro i con movies. L’intreccio se vogliamo è deboluccio, ma gli attori sono ottimi, tra i miei preferiti nel nostro parco star: la Mezzogiorno è una bella ladra che sceglie di fregare il pollo sbagliato, entrando in possesso di un microchip già inseguito da una serie di loschi figuri appartenenti ad improbabili servizi.

Nella fuga non abbandona la speranza di un guadagno, e coinvolge l’autista d’autobus-con-debiti-di-gioco Mastrandrea, e uno splendido Fantastichini, biscazziere-spia dal cuore tenero.

Citran, col suo viso dolce, è un killer sadico sorprendentemente convincente, e non stona la nota di umorismo slapstick fornita da Francesco Pannofino. Il mio adorato Antonio Catania ha giusto un cameo, come Iaia Forte.

Insomma, è carino, se non un capolavoro, e un’ottima prova d’attori.

Qualche sera fa abbiamo visto anche Mio fratello è figlio unico. Anche qui gli attori non sono male, e Soldini è sempre piacevole. La storia dei due fratelli che seguono percorsi politici diversi per poi ritrovarsi sul finale non è originale ne’ nuova, ma il film fa sorridere di tenerezza di fronte a certe ingenuità d’epoca.

Sarebbe ottimo da mostrare agli studenti d’oltre oceano, se uscisse un DVD con sottotitoli in inglese, perché propone una carrellata su un periodo storico cupo e complicato, con una nota di levità, condivisibile forse da ragazzi che hanno oggi l’età dei due protagonisti.


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L’urbanistica ai tempi dei Suburbs

Non è una disciplina affascinante, l’urbanistica?

E le città, non trovate che le città siano creature meravigliose e vive, a volte amiche a volte soffocanti? (ah, De Gregori… è una città che morde, che protegge, che minaccia…)

Io personalmente, l’ho già detto alla nausea, sono cittadina. Voglio il centro, voglio tutto a dieci minuti a piedi, voglio le piazze, e i portici, e il negozietto sottocasa…

Ma l’America, nel senso ampio del Nord America, non offre facilmente queste comodità. Sono viziati, gli americani, hanno spazi e risorse: e da loro l’urbanistica è tutt’altro pane.

Qui ci sono i suburbs, che sono totalmente diversi dai nostri sobborghi. Sono villette con prati verdi e cieli luminosi, giardini ben curati, strade con l’asfalto perfetto, grosse macchine nel vialetto, vie con nome suggestivi: Silver Spring, Chestnut Run. E le case… qui le chiamano Mc Mansion, confondere l’eleganza con lo spazio e lo sfarzo, ingressi con soffitti alti e balconate che si affacciano dal piano di sopra, tavoli di cristallo e cucine con l’isola, la jacuzzi nel patio sul retro.

Cose che si possono fare dove la benzina è abbordabile, dove è accettabile fare più di un ora di macchina per raggiungere il posto di lavoro, perchè a casa ci resti la moglie, perchè i figli possano frequentare la scuola migliore e rimanere al riparo nel villaggio inventato.

Ricordate la scena iniziale di Blue Velvet, quando Kyle Maclachlan osserva felice il suo piccolo universo di cieli azzurri, uccellini che cantano e prati verde smeraldo? Ma abbassando lo sguardo il prato brulica di insetti e un orecchio umano si nasconde tra la rugiada finta, dovuta ad un annaffiatore automatico.

E’ appena giusto che l’attore sia ora parte del cast di Desperate Housewife, perchè il set è lo stesso, anche se la narrazione ha un altro timbro.

Comunque per quelli come me che rabbrividiscono di fronte a queste microsocietà precostituite, e magari si interessano di urbanistica e di ambiente, e se vi è piaciuto “The End of suburbia” o malauguratamente ve lo siete perso, è in uscita un nuovo documentario dal titolo “Radiant City”.

Questa volta, però il focus è sul Canada, e Calgary in particolare.


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A Berlino!

Sono ben 11 quest’anno i film canadesi presenti al festival di Berlino, e voglio segnarli per poi seguirli al cinema.

Allora:

When a man fall in the forest, coprodotto con gli Usa, storia di quattro presonaggi che cercano di dare senso alla propria vita.

The Tracey’s fragments, storia di un’adolescente confusa.

Away from her, tratto dal un romanzo di Alice Munro, uno sguardo sulla vita di una coppia alle prese con l’Alzheimer.

Poor boy’s game, un uomo esce di prigione ma la vita nel suo vecchio quartiere non è affatto semplice.

Brand upon the brain, ambientato su un’isola deserta.

Dans le ville, ambientato a Montreal, sulla vita e la solitudine cittadine.

L’exprit des lieux, storia di un fotografo nel Quebec rurale.

Faro, coprodotto con altri paesi, tra cui il Burkina Fasu.

Stone time touch, una donna canadese di origine armena rientra in patria.

Ed in fine due film brevi, gun/play e View of the falls from the canadian side.


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The prestige

di Christopher Nolan

con Micheal Caine, Hugh Jackman, Christian Bale, Scarlett Johanson.

Due illusionisti nella Londra dell’ottocento sono rivali di vita e professione. Si inseguono e rubano trucchi in un’escalation di violenza e follia, fino – forse – alla morte.

Ok, ridotto così è una scemenza. Ma il fatto è che non si può rivelare molti di più sulla trama di questo bel film, senza svelare i segreti dei maghi e quelli del regista.

Perciò dovrete fidarvi della mia opinione: è un film sulla magia e sull’ossessione, sull’amore e sull’odio. E c’è il trucco, naturalmente, come su ogni palcoscenico che si rispetti. Ma è un trucco che non lascia delusi.

Nolan è un visionario, secondo me: ricordate Memento? Non avevo ancora deciso se farlo entrare nel mio personale olimpo di registi, ma dopo questo film, è un passo più vicino alla meta.

Gli attori sono all’altezza, tutti.

5-31 dicembre

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L’amico di Famiglia

Di Paolo Sorrentino

Paolo Sorrentino al momento è in cima alla mia personale classifica di registi. Il cinema mi piace, ma non sono un’esperta. Di Sorrentino però amo le storie come la regia, la solitudine estrema eppure combattuta dei personaggi, gli attori, sempre all’altezza.

E Giacomo Rizzo è strepitoso, nella parte di un terribile prestasoldi, che è non si capisce se è ripugnante perché è solo o se è solo perché è ripugnante, eppure vorresti scuoterlo, o scuotere chi gli sta intorno, ma da qualche parte c’è un muro e nessuno sembra interessato a scavalcarlo.

Ancora peggio del ragioniere della mafia di Le conseguenze dell’amore, per Geremia non c’è neppure la speranza di redenzione, ma solo un ulteriore precipitare, aggravato da un po’ di consapevolezza in più, sua e dello spettatore, alla fine del film.

Tutti gli attori sono all’altezza, i paesaggi geometrici dell’architettura fascista rendono il film ancora più spigoloso.

12-24 dicembre


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I migliori film canadesi del 2006

Il Toronto International Film festival Group, ha stilato l’elenco (in ordine alfabetico) dei dieci migliori film prodotti in Canada nel 2006:

“Away From Her,” Sarah Polley.

“Congorama,” Philippe Falardeau.

“The Journals of Knud Rasmussen,” Zacharias Kunuk and Norman Cohn.

“Manufactured Landscapes,” Jennifer Baichwal.

“Monkey Warfare,” Reginald Harkema.

“Radiant City,” Gary Burns and Jim Brown.

“Sharkwater,” Rob Stewart.

“Sur La Trace D’Igor Rizzi,” Noel Mitrani.

“Trailer Park Boys: The Movie,” Mike Clattenburg.

“Un Dimanche a Kigali,” Robert Favreau.

 

L’elenco è in ordine alfabetico. Non so nulla di nessuno di questi film, ma metto subito tra i propositi per l’anno nuovo l’obiettivo di vederli. Non sarà complicato, perché alcuni di questi non sono ancora stati proiettati nei cinema.

 

 

23-13dicembre


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