Kiss me, Kate

La Folger Shakespeare Library ha un piccolo gioiellino di teatro, in stile elisabettiano, capacità massima un duecento persone tutti seduti su scomode sedie in stile.

La produzione di The taming of the Shrew che abbiamo visto era di ambientazione vagamente di frontiera, pistole e stivali e saloon compresi, ma con cast e musica eccezionali.

Alla fine, pur essendo stato il testo misogino del bardo perfettamente rispettato, una esce nel sole che si riflette spietato contro il marmo della biblioteca con la sensazione che domata e domatore si siano, forse perfino consapevolmente, scambiati di ruolo.

 

 

Nabucco

Per non essere particolarmente una fan dell’opera, ultimamente mi pare di non fare altro.

Sarà perchè uno dei miei studenti è un cantante d’Opera, o sarà per i biglietti omaggio in ottima posizioni gentilmente offerti dall’Ambasciata, per cui ieri sera il CdV ed io ci siamo trovati seduti al Kennedy Center ad assistere al Nabucco.

Il fatto che qualche settimana fa abbia partecipato ad una piccola conferenza del regista Thaddeus Strassberger, che offriva un interessantissimo sguardo al “dietro le quinte”, ha reso l’esperienza più piacevole di quanto mi sarei aspettato.

Non sono in grado di valutare l’abilità dei cantanti, ma la messa in scena era interessante: in un momento di “teatro nel teatro”, gli attori avevano due pubblici: quello contemporaneo, in platea, e quello di fine ottocento, affacciato a finti palchi sul proscenio.

Se uno mette in scena il Nabucco nell’annivarsario dei 150 anni d’Italia, probabilmente non vuole perdere l’occasione di accennare a quello che l’opera ha significato per il risorgimento. Così durante il coro di Va’ pensiero, non è solo il popolo ebraico a cantare in un interessante “cambio di scena”, ma anche gli artisti della scala, i tecnici del teatro milanese, e alcuni carbonari in taverna.

Bellissimi i costumi e le scenografie, almeno secondo me: colori brillanti per i babilonesi, bianchi per  gli ebrei. Improbabili invece le maschere all “urlo di Munch” indossate dai preti di Baal/coro di Babilonia. Mah

Insomma, comunque mi sono divertita, chi l’avrebbe detto.

 

Giro d’onore

Dal giorno di Pasqua, passato piacevolmente con amici a strafogarci di carne alla griglia e a goderci la giornata quasi estiva, non abbiamo avuto praticamente respiro.

Ma non ci si lamenta, perchè una buona parte di tutti questi impegni sono vita sociale, e quindi va bene così.

Tra i momenti topici delle scorsa settimana, una piccola presentazione che il CdV ha fatto in amabsciata in occasione del nuovo Nabucco che debutterà a Maggio al Kennedy Center.

Oltre al degno consorte, c’erano il regista e alcuni artisti presenti. Ci hanno fatto fare un giro virtuale dietro le quinte, come nasce un’opera, come si creano gli scenari, molto interessante.

E adesso abbiamo due biglietti per l’Opera seduti praticamente in braccio al primo violino, mai stata così avanti nemmeno ad uno spettacolo parrocchiale.

Insomma, come sempre il blog soffre degli impegni, e quando ci sarebbero cose da raccontare, manca il tempo per raccontarle (o comunque non son robe che vorresti vedere online).

Quindi, per farmi perdonare, un piccolo assaggio dei vantaggi di vivere a DC. Ieri, sui nostri tetti, lo shuttle ha fatto il suo ultimo volo, portato a spalle da un 747 – con giro d’onore sui monumenti della città.

La foto non è mia, ovviamente:

L'ultimo volo del DIscovery

 

Mi piacciono in particolare gli operai che lavorano sul pennone del Capidoglio, catturati a naso in su.

E a naso in su eravamo un pò tutti, la gente uscita apposta dagli uffici, i turisti sulla mall, i passanti occasionali, come la sottoscritta.

SCOTUS non è una parolaccia

Per essere una persona piuttosto impermeabile alla retorica, oggi ho provato un bel brividino sulla schiena.

Con un amico siamo andati a vedere i manifestanti davanti alla Corte Suprema, dove da un paio di giorni è in corso l’udienza sul “singolo mandato”, ovvero il tentativo del governo di rendere obbligatoria una qualche forma di assistenza sanitaria per tutti. L’argomento è caldo, da queste parti, per via dell’idiosincrasia che gli americani sembrano avere verso il loro stesso governo.

Sui gradini in marmo dell’edificio che ospita la Corte un centinaio di persone manifestavano per le due parti, e una decina di giornalisti trasmetteva più o meno in diretta l’evento. Poi c’erano i turisti, ai quali ci siamo mescolati.

Mentre passeggiavamo sul piazzale una delle guardie ci ha offerto i biglietti gratuiti per entrare a sentire il dibattimento. Sono cartoncini arancioni che promettono alcuni minuti alla presenza dei 9 giudici.

Siamo entrati. L’interno dell’edificio, come l’esterno, è di un bianco immacolato, quasi sacrale. Alle pareti, solo i busti di giudici passati, vestiti come senatori romani.

Un numero di usceri/guardie danno continuamente indicazioni su come muoversi: prima il controllo stile aeroporto, poi le scale per il salone centrale, poi posare ogni oggetto negli armadietti, infine un altro controllo. Tutti parlano sotto voce e sno gentilissimi.

Ci mettiamo in coda per entrare insieme ad un’altra ventina di persone.

Tocca a noi dopo una decina di minuti. Una ragazza molto bella ci spiega che dobbiamo entrare, sederci e tacere. Vedremo i giudici da in fondo alla sala, e alcuni di noi avranno la vista parzialmente occlusa da un pesande tendone rosso. Per fortuna non è il mio caso.

In ogni modo i giudici sono lontani, Ma quelli che vedo, li vedo bene: Clarence Thomas, Antonin Scalia, Ruth Ginsborg. In compenso l’audio è ottimo. Scalia e Ginsborg intervengono nel dibattito, come anche Elena Kagan, che però è fuori dal mio campo visivo.

L’avvocato che presenta l’istanza è visibilmente emozionato (è molto raro per i legali avere l’occasione di presentare di fornte alla Corte Suprema) e ho la sensazione che a tratti gli tremi la voce, soprattutto quando Scalia lo interpella con battutine sarcastiche (succede due volte nei 10 minuti in cui siamo stati seduti).

Alla fine, la stessa bella ragazza ci fa cenno di alzarci e lasciare posto ai prossimi visitatore, e noi eseguiamo il più silenziosamente possibile.

Appena fuori, ci guardiamo entusiasti. Tutti hanno gli occhi brillanti e la sensazione di aver visto un pezzo di macchina democratica muoversi. Buona parte di questo dipende forse dai mille film sull’argomento, o dall’edificio severo che incute un certo sacro timore, ma non solo.

Forse perché stamattina quando sono uscita di casa non pensavo che sarei stata seduta a pochi metri dagli scranni della Supreme Court, con tanto di giudici sopra, o magari sono solo una political junkie, come dicono qui, ma mi è sembrata una discreta figata!

 

Il sito della corte suprema ameriana è qui.

Il blog (poteva mancare?) per noi nerd qui

The sunny side of the street

Sabato mattina, gli annunci per il traffico che ricevo volente o nolente tramite l’email del college aprivano con un “New York Avenue NW resterà chiusa tra le 9 e le 12 per lo spostamento di un edificio dall’altra parte della strada”.

Purtroppo a quell’ora ho un impegno, ma sarei volentieri andata a vedere come si sposta un edificio, anche solo sull’atro marciapiede.

Per fortuna il valido Washington City Paper viene in soccorso, con un reportage fotografico.

Potete vederlo qui, se vi incuriosisce!

George Clooney arrestato davanti all’ambasciata del Sudan

 

Da queste parti non ci si annoia mai.

Paddy’s day

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North Capitol come la vorrei ogni  giorno, senza maratona ma con gente per strada. Questa è la via che conduce al Campidoglio, dovrebbe essere sempre piena di vita e gente come stamattina.

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Luoghi segreti in città: McMillan Reservoir

Alcuni volonterosi consiglieri di quartiere si sono presi la briga oggi di organizzare una visita guidata al vecchio impianto di depurazione dell’acquedotto cittadino.

Ai margini del quartiere, subito prima che North Capitol si trasformi in un’autostrada, c’è una distesa enorme che per molti e’ sconosciuta, più alta del piano stradale, quasi invisibile.

L’acquedotto e’ ancora in funzione, e arrivando da Park View si vede il lago artificiale, ma l’impianto non e’ in uso da decenni. Ci sono ancora le torri (10 per parte) e le casette di manovra, parte dell’impianto vero e proprio.

Scendendo alcuni metri sottoterra, volte di cemento e distese di sabbia, un dedalo misterioso ed affascinante.

La guida, uno dei consiglieri appunto, ci racconta che la zona era aperta al pubblico prima della seconda guerra mondiale, non l’impianto in se’ ma il parco intorno e’ stato uno dei primi parchi non segregati in america. Bianchi e neri abitanti nei dintorni ci venivano a dormire d’estate, per sfuggire il caldo soffocante.

L’area e’ stata dichiarata “Sito storico” nel 1981. Al momento ci sono piani per sviluppare la zona con abitazioni, uffici ed aree commericali.
Speriamo tutti (a lacuni si sono attivati per ottnerlo) che conservino almeno in parte l’architettura civile che risale al 1905, ridestinando gli edifici piu’ particolare ad uso pubblico, e che mantengano almeno parte del parco.

Intanto ho avuto l’occasione di visitare uno dei luoghi “segreti” della citta’, e come sempre resto impressionata dall’ingegno e abilita’ dei miei simili, quelli che nel 1905 hanno contruito l’impianto, e quelli che oggi dedicano tempo ed energie perché ne rimanga qualcosa.

 

Intanto grazie ad un vicino, ecco un breve video, ripreso in una giornata di sole, non oggi che l’inverno ha deciso di venire a farci una visita anticipata.

 

Occupate gli spazi

Avrete visto sui vari giornali che da queste parti siamo in pieno “occupy …”. E’ partita prima l’occupazione a Wall street, a NY, e a seguire si sono mosse tutte le citta’ americane, ognuna col suo piccolo o grande grumo di occupanti.

Non e’ ancora chiarissimo come questa ondata di proteste si possa evolvere in modo costruttivo sulla lunga distanza. Intanto qui a Washington, luogo di potere per eccellenza, politico se non – anche – economico, le piazze occupate sono due, e sono colorate e piuttosto festose, quasi un luogo da frequentare anche per chi non puo’ o non vuole fare dell’occupazione un mestiere a tempo pieno.

McPhearson Square in particolare ha reso una piazza con giardino da attraversare di corsa per non perdere l’autobus, un luogo dove sostare e scambiare opinioni, fare politica fuori dai golf club del Maryland e ai piedi del palazzo (Mc Phearson Square e’ a portata d’orecchio dalla Casa Bianca e aspettiamo tutti di vedere se e come Obama decidera’ di cavalcare questa ondata di giovani e meno giovani protestanti).

Gli homeless che invece protestano da giorni in Liberty Plaza sono un po’ fuori dalle vie frequentate, e attirano meno sguardi e simpatie.

In questa citta’ di aspiranti urbanisti, ogni scusa e’ buona per popolare le vie, e mentre in California la polizia carica i manifestanti, sembra per il momento che tutto si svolga pacificamente all’ombra del monumento a Washington.

Nei prossimi giorni tornero’ a visitare i manifestanti, cercando questa volta di ricordarmi la macchina fotografica!

 

Rieccomi

Avevo un po’ di “fatigue” da blog e mi sono presa un weekend lungo :-)

Ma sono tornata. Il weekend e’ passato abbastanza tranquillo. Sulla mall si è svolto il National Book Festival, sponsorizzato dalla favolosa Library of Congress. Ero curiosa di vedere in che modo somigliasse alla nostra Fiera del Libro e la risposta è stata: per niente.

Sul prato della National Mall vengono montati diversi tendoni bianchi, enormi, proprio di fronte al castello dello Smithsonian. Ogni tendone ha un “titolo”, libri per bambini, letteratura ecc.

Per due pomeriggi si susseguono autori rispondenti alle varie etichette, in genere piuttosto importanti, (in apertura c’era, per dire, Tomi Morrison) e parlano. Parlano un po’ di tutto, del loro ultimo libro, del modo in cui scrivono, di biblioteche e politica. Il pubblico puo’ fare domande.

Oltre cento autori erano presenti al festival quest’anno.

Ci sono vari stands, ma non moltissimi libri. Il pubblico era parecchio. Il festival e’ completamente gratuito, si passeggia nel prato, ci si siede sotto le tende ad ascoltare i discorsi, si chiacchiera con i vicini.

Sul sito della Library of Congress, molti degli interventi sono o saranno a breve disponibili online.

Domenica invece siamo andati in Virginia. Sia chiaro che ci vuole un bel po’ di volontà in questo strano autunno per muoversi di casa. Da circa un mese piove, o il cielo e’ coperto. l’umidità e’ alle stelle e insomma non se ne può più. Quindi programmare una gita e’ una sfida con il destino. Ma e’ andata bene.

Sotto il patio coperto di una vineria splendidamente situata nelle valli vicino a Middleburg, abbaimo bevuto mangiato e scoperto affinità tra le madri coreane e quelle italiane :-)

La settimana e’ ricominciata, e con lei il tran tran. ma manca poco alla gita a Toronto, questo ci risolleva!

 

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