Aitalians

No, non e’ un errore di battitura, il titolo del post. Semmai e’ un errore di pronuncia, che qualche canadese commette, e qualche volta e’ un aggettivo con un significato a se’, ed implicazioni appena velatamente offensive.

Italians, scritti e pronunciati correttamente, siamo noi: gente che ha fatto le valige, ha preso la strada per un paese diverso, e in quel paese vive e si ambienta, lavora e fa figli, ma in fondo in fondo sempre italiano resta, perche’ non si puo’ cancellare una vita, anche quando, forse, sarebbe meglio di si.

Ma non siamo tutti uguali. E se non lo siamo in patria (sapete come sono gli italiani, 5 teste, 6 opinioni), meno che mai riusciamo ad esserlo lontano da casa.

Il grosso dell’immigrazione dall’Italia ad Halifax e’ avvenuta tra gli anni 50 e i 70 del 1900.

Certo, gli italiani sbarcati al Pier 21 per tutti i due secoli passati, non si contano. Ma pochi restavano. I piu’ si spingevano ad ovest, alcuni si stabilirono a Cape Breton, dove le miniere fiorivano.

Nel dopoguerra, le miniere non erano piu’ cosi’ attive, e Halifax cominciava a svilupparsi come la capitale delle provincie marittime. I figli della guerra lottavano per la sopravvivenza, non sapevano che il boom economico era alle porte. Armati di audacia e voglia di lavorare, molti decisero di emigrare. Spesso si sposavano, prima di farlo, con una ragazza del paese, e poi via a formare la famiglia in luoghi sconosciuti.

Molti arrivavano ancora in nave. Si muovevano a gruppi, come e’ caratteristica dei flussi di migrazione. Ancora oggi, abbondano gli abruzzesi, i veneti, i friulani. Molti sono imparentati fra loro. Uno trovava un lavoro, fratelli e compagni seguivano. Le frange di questa ondata finiscono nei primi anni 70. Questo ultimo gruppo e’ piu’ consapevole, con maggiore scolarita’, e spesso arriva in aeroplano. Un curioso viaggio a ritroso, da Montreal fino ad Halifax.

Queste sono le persone con cui ho a che fare quasi ogni giorno. Ormai conosco i loro nomi e le loro storie, che a loro piace raccontare e che io ascolto volentieri, perche’ le persone con una vita vissuta alle spalle mi hanno sempre affascinato.

Le storie sono tutte diverse tra loro, eppure simili. Si arrivava con poco o nessun inglese, si combatteva sul lavoro, si subivano angherie grandi o piccole, un po’ per volta ci si integrava e soprattutto si facevano integrare i figli.

Gli italocanadesi di Halifax hanno, soprattutto , lavorato.  Alcuni di loro si sono arricchiti, tutti sono riusciti a raggiungere un livello di benessere pari almeno a quello raggiunto dai parenti rimasti in Italia.

E quando non lavoravano per i soldi, lavoravano per la casa oppure per la comunita’.

La comunita’ italiana ad Halifax e’ qualcosa di concreto. E’ un edificio di recente costruzione, nato su uno piu’ vecchio, tirato su con il lavoro di 50 anni. E’ arrivato in citta’ quando ci sono arrivata io, e quindi gli sono affezionata. Dentro ci sono aule per l’insegnamento della lingua, un salone di rappresentanza, un bar all’italiana, una biblioteca e due cucine. I membri della comunita’ dedicano tempo, e non di rado soldi, a farlo vivere e prosperare.

L’evento clou, ma non certo l’unico, dell’anno, e’ il Weekend Italiano. Tre giorni in cui il club apre le proprie porte a tutta la citta’, e la citta’ sembra gradire. Migliaia di persone sfilano per assaggiare la nostra cucina, ascoltare la nostra musica, vedere i nostri film.

Insieme alle persone che ho conosciuto in questi due anni, ho sorriso, salutato, risposto alle domande di tutti, e ho socializzato e mangiato. L’organizzazione di questo evento richiede mesi. Le signore si radunano in cucina per preparare i piatti da zero e cominciano a  Luglio, tutti sono invitati a dare il loro tempo, per un ora o per tre giorni.

E’ come stare in Italia? No, non e’ come stare in Italia. L’unicita’ del posto e’ irriproducibile, ma non per questo migliore.

Noi che siamo gli ultimi arrivati, non ci aspettiamo di  trovare tanta organizzazione. Spesso nemmeno li cerchiamo gli “altri” italiani, che sono un’altra generazione, un’altro modo di vivere e di pensare, troppo diversi e troppo uguali perche’ ci interessino.

Ed e’ un peccato. Ci perdiamo, noi che diciamo di sentire la mancanza di casa, il senso di quello che potevamo essere, tagliamo ancora un’altra radice, questa volta con chi ha fatto questo passo prima di noi, e in condizioni piu’ difficili. E priviamo loro della sensazione di avere ancora legami con l’Italia di oggi, che e’ cosi’ diversa da quella che hanno lasciato, e probabilmente non migliore, forse anche a causa della loro partenza.

PS se volete sapere chi siamo e che facciamo, andate qui.

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2 thoughts on “Aitalians

  1. Ciao Caterina, sono contento di leggerti di nuovo. Bellissimo post e bellissime parole.
    Gli italiani, gli immigrati italiani con la loro tradizione, la loro cultura, il loro stile hanno lasciato un’ impronta importante in tutti i paesi dove sono andati a vivere. Ci hanno cambiato ma li abbiamo anche cambiati.

    Non sono stati sempre rose e fiori e qualche volta si sono portati dietro i mali che li hanno afflitti e che hanno reso povere molte zone d’ Italia (le lotte tra i clan mafiosi che hanno insanguinato la Chicago degli anni 30 non ci hanno fatto onore) ma nella gran maggioranza dei casi hanno arricchito, con il loro lavoro, le comunità che li hanno ospitati.
    L’ ” Italian style ” è nato con questi immigrati che oggi si sono integrati abbastanza bene nei ceti medio-alti dei paesi di antica immigrazione.
    Purtroppo restano quei luoghi comuni e quei pregiudizi che ci porteremo dietro per molti decenni ancora.

    Non sapevo che ad Halifax ci fosse una comunità italiana così attiva. Grazie per il link.

    Caterina vado un pò fuori argomento ma ci tenevo a farti leggere un thread che ho postato su Meteosicilia http://meteosicilia.forumup.it/viewtopic.php?t=16062&mforum=meteosicilia

    Spero che ti piaccia. 🙂

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