Teresa

Teresa è sbarcata ad Halifax nel 1958. Ha attraversato in fretta il Pier 21, un controllo ai documento e poi subito sul treno, diretta a Montreal, in mezzo giusto il tempo per il marito di comprare del pane al piccolo emporio della stazione “un pane cosi’ molle che si arrotolava intorno alla mano, le bambine non hanno voluto mangiarlo”.

E’ stato suo fratello a convincere Teresa ed il marito a lasciare l’Italia per venire in Canada, ma quando le chiedo perché siano emigrati mi risponde sincera “non lo so. In Italia avevo due bambine e facevo la casalinga. A Montreal è nata la terza, e ho dovuto lavorare in fabbrica portandomela dietro. A volte non arrivavamo a fine mese e Casa italia doveva aiutarci con il cibo e le cose per il bebè.”

Questa è la prima volta dal 1958 che torna ad Halifax. Mentre camminiamo per la sala del museo e io traduco le parole della guida Teresa mi dice che non è particolarmente emozionata. Tutto è troppo diverso da come se lo ricorda, e la gente molto più gentile.

La mia traduzione è abbastanza inutile, Teresa parla un inglese un po’ accidentato, forse, ma comprensibilissimo, e lei stessa capisce quasi tutto.
Ma è lo stesso contenta di avermi, perchè in Italiano puo’ raccontarmi la sua storia, e chiedermi della mia.

La figlia, una bella signora che vive a Toronto, l’ha accompagnata nel pellegrinaggio, e le compra la foto della sua nave, la Queen Frederica, a cui facciamo aggiungere una didascalia con i nomi della famiglia e le date di arrivo, in italiano.

Teresa la guarda con soddisfazione, dice è molto bella, e se la tiene vicino.

Poi andiamo a vedere il film, 25 minuti che raccontano le varie ondate di immigrazione attravarso le storie di personaggi-macchietta. Una famiglia ucraina nel ’29, un soldato Canadese di ritorno dalla 2a guerra mondiale, una ragazza ebrea, spose di guerra, e per gli anni 60 una famiglia italiana, che prima si lamenta del freddo, e poi sale sul treno cantando mamma son tanto felice, per tirarsi su, e anche perche’ gli italiani, si sa, cantano.

Ridiamo un poco allo stereotipo, e chiedo scherzando a Teresa se anche lei è salita sul treno cantando. Lei ride, poi mi guarda seria con gli occhi verdi, scuote la testa: “Io piangevo”.

L’ultima parte del museo e’ la ricostruzione del treno, con immagini del viaggio sui video – finestrini e cabine con le storie (vere questa volta) di immigrati passati per il Pier 21. Ed al treno le lascio, mamma e figlia.
Le saluto con un abbraccio e scambio di rispettivi biglietti da visita, e anche se sono io ad allontanarmi, mi sento un po’ come se le stessi salutando alla stazione, prima di un lungo viaggio.

E vorrei tornare indietro di 50 anni, per incontrare Teresa 25enne e piangente al Pier 21, accoglierla, e per consolarla, rivelarle un poco di quello che so adesso, di quello che le riserva il futuro

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