Le facce della metropoli

Abbiamo un telefono. Cioè, lo avremo presto, per ora non c’è ancora la linea, ma dicono da Verizon, il provider, che al massimo ci vogliono 48 ore.

Ieri siamo andati a Georgetown, il compagno di viaggio a vedere il suo ufficio e fare le numerose pratiche richieste in questi casi. Io in giro per negozi, non tanto per lo shopping, quanto per sfuggire il caldo. L’umidità è quasi intollerabile.

Siamo partiti sul presto, per cercare la strada migliore, e abbiamo fatto una breve tappa alla famosa International Mall, pensando di andare in banca. La banca era chiusa, troppo presto, ma decine di uomini attendeva nei pressi, con l’aria di aspettare qualcosa. Il qualcosa era probabilmente un “caporale” che venisse ad offrire loro una giornata di lavoro, in nero e poco pagata.

Mi ha fatto una certa impressione, non che in Italia queste cose non succedano, ma con tutto il parlare di immigrazione che si fa in questo periodo, vedere le persone in carne ed ossa fare le spese di una politica miope, a due passi da casa mia, ancora non mi scivola sulla pelle. Speriamo mai.

Il contrasto con Georgetown non poteva essere più grande: persone di tutte le razze ed i colori passeggiano per M street, rifugiandosi nei negozi per sfuggire il caldo, sorseggiando distrattamente smoothies da grossi bicchieri di starbucks, o battendo furiosamente sui tasti dei rispettivi laptop in uno qualsiasi dei deliziosi caffé della zona. Sembrano tutti non avere un pensiero al mondo.

Una signora sull’ottantina esce esitando da una vecchia casa coloniale, ne approfitto per chiederle l’ora. Lei rientra, lasciandomi sui gradini e con la porta spalancata, per leggerla sulla pendola del soggiorno. Quasi mi aspetto che mi inviti dentro per il the. Mi rendo conto di non avere l’aria pericolosa, ma siamo nella stessa città, io e questa tipa?

L’università si prepara ad accogliere gli studenti entro una decina di giorni, ma il passo è ancora lento e molti uffici vuoti. In quello dove si assegnano i parcheggi due impiegate siedono al buoio dietro lo sportello vetrato, perchè è mancata la corrente.

Il campus è bellissimo, l’edificio che ospita il dipartimento del compagno di viaggio, molto meno.

Un gruppo di atleti si fa fotografare sulla scalinata di uno dei vecchi palazzi.

Andiamo in banca, su Wisconsin Avenue: ci accoglie un’impiegata anche lei con cognome ispanico, ma con tailleur di Ann Taylor fresco di lavanderia. Ah, il customer service americano: in 5 minuti ho la firma sul conto del compagno di viaggio e una carta di credito temporanea.

Mentre aspetto il compagno di viaggio giro per librerie. Da Barnes and Noble un gruppo di italiani cerca le foto di Elisabetta Canalis sulle riviste di pettegolezzi.

Il viaggio di ritorno verso Silver Spring prende quasi 50 minuti, comprensivi di errori di percorso e deviazioni intenzionali. Le vie cambiano nome all’improvviso, poi ricominciano 6 isolati più avanti. I sensi unici ci obbligano a cambiare strada e le rotonde ci fanno perdere l’orientamento.

Oggi sono a casa, e farò una lavatrice, poi leggerò seduta su una delle uniche due sedie di casa. Quando i mobili arriveranno, non sarà mai troppo presto.

Mi sento minuscola e persa in questa città, immobilizzata dal caldo e dalla distanza in questo quartiere senza marciapiedi, relegata in un appartamento luminoso e vuoto, pieno di gatti.

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5 thoughts on “Le facce della metropoli

  1. A Washington noi ci siamo persi regolarmente e quotidianamente per un intero mese. E calcola che eravamo già piuttosto scafatelli e bravini a orientarci per strade USA. Come dici tu, il nome delle strade viene ripetuto uguale-uguale tranne che per i punti cardinali, in 4 zone diverse della città. Se non lo sai, è una tragedia. Noi finimmo in uno slum di quelli da cinema americano, per fortuna era giorno e non accadde niente.

    Ti ho detto che Washington era considerata “sede disagiata” nelle graduatorie diplomatiche italiane fino a pochi anni fa? Per via del fatto che sorge su una depressione, e quindi tra la folle umidità e il gran calore, la gente stramazza al suolo. E’ anche l’unico posto in cui ho preso un’insolazione, ma ero piccolo.

  2. Grazie per l’incoraggiamento 🙂 E’ solo che questa casa per quanto bella e’ in culo ai lupi, e Fra si e’ portato via la macchina percio’ a meno di non farmi mezz’ora di autobus in qualsiasi direzione, sono bloccata qui, e non ho mobili ne’ telefono, anche internet va e viene. Mi sento una desperate housewife!

  3. Ah, bellissima la reference library di Toronto, non capisco come possa essermi sfuggita questa sala!!
    Ma se è una battaglia a colpi di biblioteche che vuoi, allora hai sfidato la persona giusta, che incidentalmente si trova proprio nel posto giusto 🙂

  4. Oddio, in quale ginepraio… 😀 QUando arrivai a Toronto, fui accolto così in Dipartimento: “Sì, qui abbiamo una dozzina delle più importanti biblioteche del Canada (e io che pensavo: graziealcazzo, non credo che in Saskatchewan si vada granché per biblioteche) e su tutte la Robarts, che è grande quanto la Nazionale Centrale di Roma, ma qui abbiamo qualche centinaio di volumi in più…”

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