Aspettando lo Stato dell’Unione

Tra pochissimo il presidente Obama riporterà i suoi progetti futuri e la situazione del momento di fronte al Congresso e, per esteso, alla nazione.

E’ un momento teso, politicamente, con il congresso che va a destra e il governo, mah, chissà.

Mi fermo a pensare che tutto questo avviene a meno di due chilometri dal mio salotto, e meno di uno dalla fermata dell’autobus a cui io e un’altra decina di persone aspettiamo l’autobus P6, nessuno di noi sembra particolarmente in pensiero per questo momento importante dell’anno politico, mi chiedo quanti dei miei compagni passeggeri di mezzi pubblici tornando a casa ascolteranno il discorso.

Intanto a pochi isolati a casa mia si sta svolgendo una veglia, che sarà seguita da un’assemblea di quartiere a cui parteciperanno politici locali e polizia.

La veglia è per  un ragazzo che pochi giorni fa è stato ucciso, su quell’angolo. Lo sdegno è grande, per una volta non era una storia di droga, ma un giovane che una sera verso le undici, di ritorno da una serata a teatro dopo il lavoro, si è fermato ad aiutare una donna in difficoltà: l’aggressore si è rivolto contro di lui  e ha sparato.

Questo fatto vi sembra grave? Certo, anche a me. Perché questo ragazzo rappresenta quello che di positivo abbiamo nel quartiere: una persona che torna a casa usando i mezzi pubblici, che si ferma e accorre alla richiesta di aiuto di un’altra persona, che faceva volontariato, aveva una bella famiglia, e così via.

Ma alcuni altri fatti, a distanza di una settimana dall’omicidio, mi sembrano anche gravi: per esempio i toni che si leggono nella list serv di quartiere in seguito agli avvenimenti.

C’è chi si indigna per la presenza di molti senza tetto nel quartiere, chi per i molti liquor store che incoraggiano persone in stato di ebrezza a sostare alle fermate dell’autobus; chi fa un ulteriore passo avanti, e lamenta le molte organizzazioni no profit presenti nella circoscrizione, che dei suddetti senza tetto e alcolisti cercano di occuparsi, fornendo loro un pasto caldo, un posto per dormire, un aiuto legale.

Qualcuno biasima una clinica di metadone, che risulta però chiusa da più di un anno, (e così, commenta causticamente qualcun altro, i senza tetto dovranno sopportare da soli il ruolo di capro espiatorio) altri arrivano a chiedersi perché la vittima non abbia preso un taxi, dovendo tornare a casa alle 11 di sera.

Alcni recenti proprietari di case fanno notare, con un guizzo di volere non potere, che a Georgetown non si conta nemmeno un rifugio per i poveri, e nemmeno a Dupont Circle, e allora perché noi si? Dopotutto paghiamo pure le tasse di proprietà!

E non parliamo nemmeno di chi sostiene che se tutti avessimo un’arma in tasca, l’aggressore non si sarebbe fidato a sparare per primo.

Improvvisamente il clima è spiacevole, più ancora che pericoloso.

Ma poi scendo dal mio P6 a un isolato dal luogo dell’incidente, e sono le 7.30 di sera, la via è ancora piena di vita, un gruppo di ragazzi ride sui gradini del Recreational Center.

Cammino accanto ad un uomo, che si gira a guardarmi (fanno così le persone di questo quartiere, incrociano il tuo sguardo e ti sorridono), e mi dice, non hai paura, da sola la sera? Scuoto la testa, non ho paura, so che il quartiere era pericoloso, ma le cose sono cambiate, no? Gli chiedo conferma.

Lui ride forte, si vede che non sei razzista, mi dice. Ma poi, non sei nemmeno americana? Non lo sono infatti, e rido anch’io, e non so perché ma sono contenta, che questa persona mi parli e mi sorrida la sera per strada.

Lui mi fa un cenno con la mano, mi dice buona serata, e sale a due per volta i gradini che portano al rifugio per senza tetto.

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