Washington, anno II

E anche questa traversata è fatta, senza grossi traumi. Fa caldo, ma mi pare meno insopportabile dello scorso anno, anche se tutti i termometri insistono a dirmi che invece è peggio. Potere della stabilità psicologica. Ma riassumiamo.

I nostri house sitters sono stati eccellenti, segno che la mia fiducia in gente semisconosciuta è quasi sempre ben riposta.

E’ bello tornare ad una casa pulita, invece che al solito mare uniforme di peli che mi aspettava di solito al rientro da un viaggio 🙂 Ci sono persino venuti a prendere all’aeroporto, e hanno cucinato per noi la sera, ci hanno anche assistito nel piccolo dramma del ritorno: il compagno di viaggio ha lasciato lo zaino all’aeroporto, sul marciapiede di fronte agli arrivi. Lo zaino conteneva documenti fondamentali, passaporto, computer. Ma siccome in questo paese in cui ci si spara con una certa disinvoltura la proprietà privata è piuttosto rispettata, qualcuno lo aveva portato agli oggetti smarriti e oggi lo si va a recuperare.

Dramma superato.

 

In compenso verso le sette, con l’arrivo della accaldatissima postina (qui fa 37 centigradi, per chi fosse interessato), ecco atterrare sul tavolo due buste di posta prioritaria, da cui la prima cosa ad uscire è un pieghevole blu con su scritto “Welcome in the US”.

E così, con uno slancio decisamente anticlimatico (per posta? in Canada ci convocarono, ci intervistarono a lungo e tutto finì con abbracci di benvenuto), sono arrivate le ambitissime green cards, una a testa, belle a vedersi, portatrici di nuovi diritti e doveri nella nostra casa con torretta.

Lunedì, sfidando l’afa tropicale, andrò a procurarmi il leggendario Social Security Number, e poi una carta di credito, e un conto corrente tutto mio. Anche se non ho nulla da metterci.

Intanto, in attesa di vedere se i dementi al governo si mettono d’accordo su come gestire il deficit, io e il CdV abbiamo fatto un patto: quest’anno ci si diverte. Oh, se ci si diverte!

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