Ancora un pò di Labor Day

Labor day è passato, con varie riflessioni sul significato della giornata nella società attuale, soprattutto in questo paese e in questo momento (non va meglio in Italia, con le performance di Marchionne, e sono certa che anche altrove in Europa il trend è simile, anche se forse la discussione meno inasprita): i sindacati ispirano reazioni contrastanti, ma anche grande appoggio da parte della popolazione che il lavoro lo sta perdendo, o quanto meno si vede privata di certezze che credeva acquisite.

In tempi di campagna elettorale, la situazione si può fare anche più calda. In Vermont, dove i Repubblicani al potere hanno messo il grande sindacato dei lavoratori statali alle strette, le Union hanno organizzaato la tradizionale parata senza invitare i politici in questione. Stessa cosa a Pittsburgh. Un segnale forte.

A Detroit, dove la crisi ha lasciato il marchio più evidente, il leader del potentissimo sindacato dei camionisti, James P. Hoffa (figlio del discusso Jimmy) ha infiammato la folla usando termini durissimi nei confronti del Tea Party, che vorrebbero abbassare le tasse e risanare l’economia togliendo quel minimo di rete sociale pubblica che esiste in America, a discapito dei lavoratori blue collar e dei sindacati, che sono stati tra gli artefici di queste conquiste.  L’evento ha preparato la strada per un avvio ufficioso della campagna di Obama.

Il discorso del Presidente di fronte ai lavoratori di Detroit ha spinto molto sulle tematiche del diritto al lavoro, le conquiste sindacali, l’importanza dei lavoratori all’interno della democrazia americana, in opposizione alla sempre maggiore rilevanza della finanza e dei patrimoni.

In risposta, la folla scandiva “Four more years”, ancora quattro anni, in riferimento ad un altro mandato presidenziale.

Qui sotto, se avete una mezz’oretta libera, il discorso di Obama.

Qui dal sito di Obama, altri momenti della giornata, incluso il discorso di Hoffa.

E per finire, un video su come si è arrivati alla festa di Labor Day in America, nel diciannovesima secolo. Per non pensare che certi diritti siano piovuti dal cielo.

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