Sabato: Virginia is for lovers

Lasciamo Annapolis con la pancia piena e guidati dal fidato navigatore satellitare. Bisogna dire che ha il suo perché.

Destinazione finale Chincoteague Island, Virginia.

Ma partiamo dal principio: il ponte sulla baia è imponente: quasi 7 km sospesi sull’acqua, con vista mozzafiato, se non fosse che  il tempo è grigio ma promette al meglio.

Il ponte sulla baia

La statale 50 verso est è un’eterna strip mall con occasionali cartelli turistici che promettono strade panoramiche e distretti storici. Scegliamo quello che dice Cambridge, MD.

Le signore all’accoglienza turistica ci mostrano una carta con i dettagli della cittadina. Chiesa storica, società storica, centro storico, passeggiata sulla baia.

Percorriamo diligentemente le strade segnalate. Casette in legno con portici e passeggiate della vedova, molti B&B, locali con qualche pretesa, vari antiquari.

La cittadina è carina, aggraziata, e profuma di oceano anche se non ci siamo ancora.

Ripartiamo verso est e la strada è quasi dritta fino ad Ocean City. Una fetta di costa sporta sull’oceano, con quattro isolati di profondità collegata alla terra ferma da un unico ponte. Un lato guarda l’oceano, l’altro la baia.

Ci sono 23 gradi ma sembrano trenta, è umidissimo, la gente passeggia su buffe biciclette avanti e indietro sulla passeggiata lungomare in legno, sembra Rimini, con meno rumore.

Sulla spiaggia c’è gente, ma non troppa, alcuni sono in acqua.

Mi tiro su i pantaloni al ginocchio e corro verso l’oceano, le onde sono alte anche se non mi pare ci sia un filo di vento.

Onde a Ocean City

Ho scoperto in questi anni che poche cose mi mettono di buon umore come l’Oceano Atlantico. Gelido come il mare di Halifax, brodoso come quello di Tenerife, o una via di mezzo come qui a Ocean City.

Le onde mi corrono incontro come cagnoni festosi di schiuma bianca, e prima di rendermene conto ho i pantaloni bagnati fino alla vita. Vorrei fare il bagno, ma le onde mi spaventano un po’. Un surf viene verso di noi a tutta velocità.

Stiamo un po’ a giocare e poi è ora di pranzo. Scegliamo un posto con gente ma non troppa, ci sediamo a guardare il mare e ordiniamo granchi granchi granchi. Siamo ancora in Maryland dopo tutto.

Si riparte con calma, ancora un’ora a destinazione. A pochi metri dal mare si è in campagna, una campagna piatta ma dolce, verde scuro, con coltivazioni che a tratti non riesco ad identificare, vecchi camper nei cortili, Yard sales lungo la strada, nemmeno uno Starbucks.

Il cartello “Benvenuti in Virginia”. Poi il navigatore dice “girare a sinistra su Chingoteague Road” e siamo in una palude verde, la strada a pochi centimetri dall’acqua a volte si solleva e si fa ponte, poi torna giù.

Virginia is for lovers, la Virginia è per gli amanti, dicono le pubblicità dello stato nella metropolitana a Washington. E forse lo è, Chingoteague molto meno un parco giochi rispetto a Ocean City. Il nostro Motel ha una piscina azzurra e casette bianche con portico, gente seduta sulla porta che chiacchiera e ride.

Sulla Main Street c’è un raduno di Harley Davidson, la strada è chiusa alle auto, c’è musica dal vivo e gente che balla. Ci sono anche due librerie, molot attive, altra musica dal vivo in una, autore semisconosciuto che firma i libri nell’altra.

Raduno di Harley a Chincoteague

Scegliamo un ristorante per la cena, un  posto per il pesce con l’aria famigliare, dove le cameriere di chiamano sweetheart e viaggiano sicure con vassoi enormi sulle spalle. Le t-shirt/uniformi dicono “I got crabs” e poi in più piccolo “in Chincoteague Island”. Forse il doppio senso non è di enorme gusto, a tavola, ma capisco lo spirito.

Domani si va a cercare i cavalli.

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