Rassegna stampa di MLK jr Day

L’area metropolitana di Washington, secondo Wikipedia, ospita circa 5 milioni e mezzo di persone, 8 e mezzo se includiamo l’area di Baltimora. Comprende, oltre alla Distretti di Columbia, parte di tre altri stati: Virginia, Maryland e West Virginia.

E’ un’area enorme, densamente popolata, tra le più ricche del paese ed allo stesso tempo sede di disagi fortissimi. Il centro nevralgico di entrambi questi aspetti è inevitabilmente Washington, sede della vita politica, legale e militare del paese.

Anche chi vive nella lussuosa e verdeggiante contea di Loudon, sede del codice postale (Zip Code) più sfacciatamente ricco degli USA (si, anche più di Cupertino), dovrà comunque sobbarcarsi l’ora e mezza di strada che lo separa dal Campidoglio almeno un paio di volte a settimana, e attraversare, anche solo di striscio, le zone della città dove il disagio è forte e, talvolta, volano pallottole.

Ok, forse qualcuno farà il pendolare in elicottero.

In ogni caso, queste differenze che rendono peculiare la zona saltavano agli occhi stamattina leggendo la sezione Metro del Washington Post.

Sulla pagina due, un articolo di costume (o forse no?) sulle residenze dei presidenti delle università più prestigiose della zona.

Ne sono state selezionate nove, quelle che raggiungono i vertici della classifica delle migliori università, per un motivo o per l’altro. L’articolo gioca sicuramente sull’ossessione locale per il real estate, il settore immobiliare. In una città in cui i valori delle case spaziano da $20.000 a svariati milioni nel raggio di un miglio e mezzo, e in cui un quartiere può cambiare faccia (e aggiungere diversi zeri) nel giro di un lustro, la febbre da investimento è alta. E chi non può investire, sogna.

Ma i presidenti delle università, apparentemente non hanno di questi problemi. Le loro case, spesso all’interno dei campus, sono magioni antiche appartenenti a personaggi storici (Washington and Lee University ospita il suo presidente nella casa che fu del generale Lee) o hanno ospitato, sotto varie forme, capi di stato e altri importanti politici (il capo di George Washington University, vive nel cuore della città in una casa che fu un club per gentiluomini, da cui sono passati Carter, Reagan, Bush e Clinton).

In generale, se l’edificio è all’interno del campus, è storico e ha dettagli spettacolari, come caminetti in marmo, candelieri in cristallo ecc. È il caso dell’Università della Virginia, di Jonhns Hopkins University a Baltimora, della Catholic University e di  Howard University  entrambe a Washington ad un tiro di schioppo da casa mia. L’università del Maryland ha appena speso una fortuna per ristrutturare la sua residenza, con grandi scandali locali.

Anche molto vicina e con simile arrangiamento di abitazione c’è Gallaudet University, la prima e più importante università per sordi del paese. Di recente ho anche letto che Gallaudet, il cui lussureggiante campus siede nel bel mezzo di un quartiere in trasformazione (leggi, ancora con un tasso di criminalità più alto che le zone ricche della città, ma in via di redenzione), offre benefits ai suoi dipendenti che scelgono di comprare casa nei pressi.

Il presidente di William and Mary College vive nella più antica residenza universitaria del paese.

Alcuni presidenti, come quello di Howard e quello di George Mason in Virginia, sono tenuti per contratto a vivere nelle residenze ufficiali. Altri invece no: il Presidente De Gioia, primo presidente non gesuita di Georgetown University abita in una casa privata nei pressi del campus che costa all’istituzione $131.000 all’anno. D’altronde i suoi predecessori vivevano con i confratelli all’interno del dormitorio dell’università, mica si può pretendere 🙂

La presidentessa di Trinity (sono solo due le donne citate, l’altra essendo a capo dell’Università della Virginia) ha scelto di continuare a vivere nella sua casa di Hyattsville in Maryland, e di accontentarsi di un parcheggio riservato sul Campus.

Pare che il suo tentativo di convincere i propri colleghi di altre università a fare lo stesso sia caduto nel vuoto.

Continuando la letura del giornale incappo in una storia agli antipodi della precendente. Una delle gang della città, in collagorazione con un numero di associazioni e gruppi di volontari, e con la collaborazione del dipartimento di polizia, ha organizzato una sfilata di moda, con abiti e scenari disegnati dai membri stessi della gang.

La cosa un pò mi impressiona perché questa non è una gang qualsiasi: i membri, circa un centinaio attraverso la città (immaginate, un piccolo esercito) sono adolescenti tra i 13 ed i 17 anni, tutti gay. La gang evidentemente offre protezione, sia dagli assalti fisici, che dai casi della vita: molti dei membri sono senza casa almeno a periodi, faticano a fare tre pasti al giorno, non hanno famiglie degne di questo nome. Ma naturalmente sempre di una gang si tratta e dal punto di vista dell’ordine pubblico ci sono state risse, furti, scippi.

L’iniziativa di occupare i ragazzi in questo modo è partita dall’ufficio del capo della polizia e l’organizzazione ha richiesto mesi di incontri quasi giornalieri tra i membri della gang e i volontari.

Non sorprenderà sapere che durante questo periodo i piccoli crimini commessi dai ragazzi sono stati vicini allo zero.

Ora i tutti torneranno alla propria quotidianità, nessuno si immagni miracoli, ma si spera che l’esperienza offra giudizio, non tanto ai ragazzi, che sono adolescenti e di giudizio non ne hanno granché per definizione, quanto aalla società che li circonda, e li lascia il più delle volte privi alternative e di opportunità.

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