SCOTUS non è una parolaccia

Per essere una persona piuttosto impermeabile alla retorica, oggi ho provato un bel brividino sulla schiena.

Con un amico siamo andati a vedere i manifestanti davanti alla Corte Suprema, dove da un paio di giorni è in corso l’udienza sul “singolo mandato”, ovvero il tentativo del governo di rendere obbligatoria una qualche forma di assistenza sanitaria per tutti. L’argomento è caldo, da queste parti, per via dell’idiosincrasia che gli americani sembrano avere verso il loro stesso governo.

Sui gradini in marmo dell’edificio che ospita la Corte un centinaio di persone manifestavano per le due parti, e una decina di giornalisti trasmetteva più o meno in diretta l’evento. Poi c’erano i turisti, ai quali ci siamo mescolati.

Mentre passeggiavamo sul piazzale una delle guardie ci ha offerto i biglietti gratuiti per entrare a sentire il dibattimento. Sono cartoncini arancioni che promettono alcuni minuti alla presenza dei 9 giudici.

Siamo entrati. L’interno dell’edificio, come l’esterno, è di un bianco immacolato, quasi sacrale. Alle pareti, solo i busti di giudici passati, vestiti come senatori romani.

Un numero di usceri/guardie danno continuamente indicazioni su come muoversi: prima il controllo stile aeroporto, poi le scale per il salone centrale, poi posare ogni oggetto negli armadietti, infine un altro controllo. Tutti parlano sotto voce e sno gentilissimi.

Ci mettiamo in coda per entrare insieme ad un’altra ventina di persone.

Tocca a noi dopo una decina di minuti. Una ragazza molto bella ci spiega che dobbiamo entrare, sederci e tacere. Vedremo i giudici da in fondo alla sala, e alcuni di noi avranno la vista parzialmente occlusa da un pesande tendone rosso. Per fortuna non è il mio caso.

In ogni modo i giudici sono lontani, Ma quelli che vedo, li vedo bene: Clarence Thomas, Antonin Scalia, Ruth Ginsborg. In compenso l’audio è ottimo. Scalia e Ginsborg intervengono nel dibattito, come anche Elena Kagan, che però è fuori dal mio campo visivo.

L’avvocato che presenta l’istanza è visibilmente emozionato (è molto raro per i legali avere l’occasione di presentare di fornte alla Corte Suprema) e ho la sensazione che a tratti gli tremi la voce, soprattutto quando Scalia lo interpella con battutine sarcastiche (succede due volte nei 10 minuti in cui siamo stati seduti).

Alla fine, la stessa bella ragazza ci fa cenno di alzarci e lasciare posto ai prossimi visitatore, e noi eseguiamo il più silenziosamente possibile.

Appena fuori, ci guardiamo entusiasti. Tutti hanno gli occhi brillanti e la sensazione di aver visto un pezzo di macchina democratica muoversi. Buona parte di questo dipende forse dai mille film sull’argomento, o dall’edificio severo che incute un certo sacro timore, ma non solo.

Forse perché stamattina quando sono uscita di casa non pensavo che sarei stata seduta a pochi metri dagli scranni della Supreme Court, con tanto di giudici sopra, o magari sono solo una political junkie, come dicono qui, ma mi è sembrata una discreta figata!

 

Il sito della corte suprema ameriana è qui.

Il blog (poteva mancare?) per noi nerd qui

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