New York City, Sabato

Ci siamo alzati all’alba per via che non abbiamo più vent’anni, ma anche perchè la sera prima siamo andati a dormire con le galline, esausti dal camminare.

E così alle otto siamo seduti in un posto dove fanno pancakes ma puoi averli solo se ordini anche il bacon e la salciccia, oppure almeno granola con yogurth, solo che lo yogurth ha il colore e il sapore di un vecchio big babol.

High Line

High Line

Harlem al mattino è ancora assonnata, ma ci facciamo un’idea dell’immediato vicinato, costeggiamo un bel parco e vari convenience store nei due isolati che ci separano dalla metro. A parità di quartieri up and coming, soffro l’invidia del convenience store: a differenza dei nostri di Washington, questi vendono frutta e verdura.

A Mezzogiorno abbiamo appuntamento con un amico a Columbus Circle, perciò decidiamo di esplorare la nuova – relativamente – High Line.

Per questo una deve amare le città, e gli urbanisti: una vecchia ferrovia sopraelevata è stata trasformata in un parco che percorre vari isolati sopra la città. C’è verde, ci sono opere d’arte ed arredo urbano, ma soprattutto c’è la gente: joggers, turisti, coppie con pargoli, signore con cagnolino. Sotto un arcata del ponte si può prendere il caffè. Verso la fine lo Hudson river si fa vedere, grigio in questa mattinata pioggerellosa.

Di nuovo decidiamo di marciare verso Central Park, percorrendo 8th Avenue che si trasforma da west end a Park Avenue nel giro di qualche decina di isolati.

Il primo tratto è in pieno sviluppo, ogni isolato promette nuovi lussuosi appartamenti in affitto o vendita nel prossimo futuro, con tutte le amenities, splendida parola da gergo immobiliare che si può riferire a qualsiasi cosa, dal riscaldamento autonomo alla toelettatura cani.

MTA, l’ente del trasporto pubblico New Yorkese, promette di allungare le linee della metro in vista dell’arrivo di nuovi residenti.

Central Park si apre all’improvviso alla nostra vista, verde e affollato. Dribbliamo a fatica i venditori ambulanti, gli uomini sandwich, i guidatori di pedicab.

Columbus Circle

Columbus Circle

Il nostro amico ci guida in un ottimo ristorante indiano, e la conversazione è piacevole in questo ambiente rarefatto e profumato.

Ma non c’è quiete per i viaggiatori. Il mio unico vero obiettivo, nella vita, da sempre, è stato trascorrere alcune ore al MOMA. Si sta per realizzare. Fate largo, passo io.

Anche il CdV è conquistato. Il museo è favoloso e non vorrei più uscire. Ma chiude all 5.30 e comunque non mi sento più i piedi.

Un salto da Rizzoli è necessario, non si può evitare. Infatti non si evita.

Per la cena ridiscendiamo ancora verso China Town, questa volta in cerca di cinese. Compriamo frutta ai mercatini, il CdV si lascia irretire da una massaggiatrice e io approfitto per infilarmi nei ngozi di Mercer street.

Capisci che sei a NYC quando un negozio di cineserie, di quelli tutto accatastato sotto i 10 dolalri che abbondano per esempio a Toronto o San Francisco, si presenta invece come un’Ikea: colori allegri, spazi ampi, personae sorridente. Per non parlare dell’angolo del the.

Finiamo la giornata ordinando troppo cibo al ristorante Cinese, però ci piace, son porcherie che danno soddisfazione. Il salone enorme, tutto rosso e oro, a cui si accede da una scala mobile (!) ospita all’altro capo un matrimonio. Non possiamo vederlo, la cerimonia è scarmata da paraventi, ma sentiamo la musica e le grida di entusiasmo, e la foto degli sposi campeggia all’ingresso.

I camerieri “nonparlantisenonilcinese” comunicano a numeri e gesti. Anzi, ora che ci faccio caso, anche loro hanno un numero sulla targhetta col nome. Il nostro è il ventitre.

Nel lungo tragitto in metro verso Harlem, sul treno A da Coney Island, nella carrozza semivuota, non riesco a trattenermi: mi chino verso il compagno di viaggio e anche se la direzione del treno è quella sbagliata sussurro: “warriooorss, come out to plaaaayyyy”.

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