Terzo intermezzo

C’è una cosa che mi gira da qualche mese, ma la pigrizia gli impegni mi hanno trattenuta dallo scrivere.

Tempo fa in una conversazione con un’amico mi sono sentita dare – indirettamente – dell’ingenua. Indirettamente perché non credo la persona in questione parlasse proprio con me, o di me.

Gli ingenui di cui sopra sarebbero i pacifisti, i motivi in particolare ora non li ricordo, ma altre esperienze simili mi hanno insegnato che siamo ingenui perché idealisti oltre il buon senso, perché ciechi alla cattiveria e malvagità altrui, nel “migliore” dei casi, perché la guerra è brutta ma inevitabile.

Quando ho incontri dialettici di questo tipo, a volte la rabbia e l’indignazione sono più forti del mio desiderio di reagire e resto praticamente senza parole (incredibile, lo so).

Più che altro non mi fido delle mie parole. Resto ferma – metaforicamente – nel posto in cui è avvenuta la conversazione per giorni, in questo caso poi mesi.

Mi vedo, seduta in quel locale, sulle sedie in metallo a cercare una risposta che non viene. Perché non c’è.

Sono pacifista e basta, non mi devo scusare. Sono quelli pronti a uccidere il prossimo, o peggio a farlo uccidere da altri, che si devono scusare. E vergognarsi. Non ci sono guerre giuste. Nemmeno quelle in cui ci sembra di andare a fare i salvatori di patrie altrui, nemmeno quelle in cui i dittatori vengono uccisi e i popoli “liberati”.

Anche se andiamo con le migliori intenzioni (e la cinica in me ci crede in genere poco) il rischio di fare danni è altissimo, quasi inevitabile. La diplomazia è la risposta, sempre.

E non voglio nemmeno entrare nelle responsabilità storiche che i paesi cosidetti civilizzati hanno nei confronti di quelli cosidetti non civilizzati.

Comunque, mentre rimuginavo su questa conversazione mancata per mesi, come spesso accade incappavo in un numero di informazioni, articoli, libri e media vari che sembravano mandati nella mia direzione da qulche fato con il senso dell’umorismo.

Vorrei condividerne qui due, i più interessanti:

Il primo è un articolo dal Los Angeles Times, scritto da David Freed. Si intitola “Vedere mio figlio andare in guerra“.

Come da titolo, il figlio del giornalista, a sua volta crionista di guerra, si è arruolato per Afghanistan.

A parte la piccola tragedia personale (Freed dice di aver provato inutilmente a dissuadere il figlio, e si sente colpevole per aver forse instillato un eccessivo amore per l’arte della guerra con  i racconti delle sue proprie esperienze) la parte che ho trovato interessante è l’analisi di come, in un mondo dove ormai molti eserciti sono composti da forze volontarie, la gente normale, come me e voi, si sente sempre meno coinvolta in guerre che prendono parte i luoghi lontani e che viste in tv sembrano quasi video games.

I soldati possono scegliere, quindi la responsabilità non è nostra.

Freed cita anche il fatto che la nostra classe dirigente, i nostri politici, sono a loro volta pochissimo coinvolti in prima persona dagli orrori della guerra. In America, 1 membro del congresso ogni 5 è un veterano, ma solo l’1% dei loro figli ha partecipato ad azioni di guerra.

E’ un’analisi interessante, questa sulla distanza tra i politici e la loro base.

E porta dritto ad un libro di cui ho sentito parlare oggi e che non vedo l’ora di leggere: si tratta di “To end all wars” di Adam Hochschild, e parla della prima guerra mondiale, ma dal punto di vista dei movimenti pacifisti che nacquero vigorosi all’ombra di quella guerra sanguinosa e terribile.

Non mi sto augurando il terreno intriso di sangue delle trincee per far capire al mio amico che non sono ingenua, ma solo orripilata e terrificata.Ma l’idea che le persone come lui sentano la guerra come qualcosa di lontano e vagamente fastidioso, ma inevitabile mi fa inorridire.

E ora ho tolto il masso dalla scarpa

E se qulacuno si chiedesse la ragione del titolo di questo post, eccola:

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