La scatola di Pandora

Mentre frugo tra le pile di documenti personali che sono siti della libreria del compagno di viaggio, tra le mani mi capita una vecchia scatola da scarpe, con il coperchio che a malapena chiude.

Inevitabilmente la apro: subito mi saltano agli occhi lettere e cartoline che io e il compagno di viaggio ci scambiavamo durante il lungo periodo di separazione: sono tenere e affettuose, a volte mi fanno proprio ridere.

Poi ci sono lettere di morosi, amici perduti per via, compagne di scuola in crisadolescenziale.

In una busta ci sono vecchi documenti e fotografie di zie e nonne, un ritratto di famiglia sconosciuta scattato da tal fotografo Corleone di New York, negli anni ’40.

Infine in  un bustone separato dal resto, avvolto in un sacchetto di nylon e legato ben stretto, un fascio di lettere su carta da posta aerea, scritte fitte dalla stessa grafia.

Sono le lettere che mia madre mi spediva durante l’anno che trascorsi in Inghilterra, in fuga da crisi scolastiche e personali.

Le lettere contengono cronache di giornate lavorative e non, alternate a tentativi di comprendere  una figlia adolescente che pareva stesse buttando all’aria la propria vita.

Sono affettuose, tenere, esasperate, ottimiste  e disperate allo stesso tempo.

Molte cose le avevo scordate: mia nonna era ormai in casa di riposo, non riconosceva più nessuno e mia madre soffriva di questa situazione come di un’ offesa personale: la paura di perdere le facoltà mentali era al primo posto tra i suoi fantasmi più neri.

A casa mio padre si angosciava per me, ma incapace di comunicare direttamente (problema che  per certi versi continuiamo ad avere) assillava mia madre con le proprie paure.

Lei mi scrive tutto questo, assieme ai tentativi di sedurre un gatto randagio con profferte di cibo, amiche ad amici malati che accentuano il suo senso di morte imminente.

Nel corso di quell’anno compie 49 anni. E’ disperata, a pezzi,stanza morta, ma non molla.

Scrive ogni sera dalla cucina, rilegge ( ma non tutte) le lettere a mio padre che le firma e mette  commenti ai lati, acclude ricette o posta indirizzata a me, biglietti di amici o articoli di giornale.

Alla terza lettera sono in lacrime: quel periodo della mia vita, di cui non vado particolarmente fiera e che credevo risolto, mi ripiomba sulle spalle.

La mancanza di mia madre è un vuoto incolmabile e anche se dopo sei anni ci ripenso meno spesso, mi accorgo che l’intensità del dolore non accenna a dimuire.

All’una ripongo la scatola, mi sa che per un po’ dovrò starle lontana.

E pensare che era stata una buona giornata.

 

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