We need to talk about Kevin

di Lionel Shriver

Questo libro è deliziosamente morboso. Si, ok, gli aggettivi non sempre vanno bene insieme. Anzi quasi mai. A meno che non abbiate, come me, un amore segreto per il morboso che vi limitate a sfogare nelle letture.

La narrazione è unicamente dal punto di vista di una donna, che scrive una lunga lettera al marito assente, una lettera che suona quasi come una terapia.

Ci mettiamo un po’ ad entrare nel vivo, ma presto scopriamo che la coppia ha avuto un figlio, che questo figlio ha da subito mostrato segni di squilibrio, ma non abbastanza da preoccupare il padre. Anzi, il lettore è spesso nel dubbio che la madre forse esagera, che Kevin dopotutto non è che un ragazzino scorbutico.

Tranne per il fatto che Kevin, ora diciassettenne, è in prigione per aver ucciso un gruppo di compagni di scuola e un’insegnante, in un momento di lucida follia che precede di poco Columbine.

E le visite della madre in prigione non sembrano gettare luce su cosa abbia spinto un ragazzino per molti aspetti privilegiato ad un gesto tanto orribile.

Ma in fndo non ha importanza, perché la narrazione lucida e tagliente della madre la rende un personaggio raro in letteratura: questa donna non cede alla favola dell’istinto materno ma lotta contro se stessa e i famigliari prima e dopo l’omocidio, per trovare qualcosa di umano nel figlio e forse anche in se stessa.

Il romanzo è scritto molto bene, a tratti è un po’ faticoso ma la tensione è alta e vogliamo sapere, vogliamo arrivare alla fine ed avere una spiegazione. Ma naturalmente una spiegazione non può esserci, solo un tentativo difficile, stentato, forse inutile, di pacificazione.

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