L’ombelico del mondo

C’è qualcuno che crede davvero che questa città sia l’ombelico del mondo, e magari hanno pure ragione alcune volte, molto più spesso no a pensare che questa piccola regione  sia un nodo da cui passano eventi cruciali e in cui decisioni fondamentali vengono prese. E non pensate subito male degli americani, perche’ ieri sera siamo stati avvisati di portare i nostri biglietti da visita ad un aperitivo che precedeva un concerto, e il tutto era organizzato da italiani.

Io, che più il tempo passa e più sono attratta da quello che sta ai margini, provo grande ammirazione per chi riesce a togliere il naso dal proprio, di ombelico, figuriamoci quello del mondo.

Comunque questo non voleva essere un post politico, meno che mai filosofico, ma un riassunto di come vanno le cose nel nostro microcosmo, una lettera a casa, insomma uno di quei noisissimi post personali che sostituiscono le telefonate transoceaniche.

Siamo stati impegnati. e dico impegnati, non è un eufemismo.

Nelle ultime settimane abbiamo avuto amici a cena: amici ritrovati da altri tempi americani che ora si trovano in città, amici che vivono in altri anfratti della East Coast in visita per una giornata, amici recentissimi che abitano a pochi metri, e ricordiamoci di ringraziare per  i piccoli favori, come quello di incontrare anime affini nei posti più disparati, e poi gente di passaggio che forse non si fermerà abbastanza per diventare amica, ma sarà stato un privilegio incrociare il nostro passo con il loro e aprire la nostra casa anche se per una sola sera.

Siamo anche più spesso stati invitati a cena, da vicini di casa con background internazionali, da amici italiani che sono diventati un po’ famiglia, da persone che lavorano per rappresentare il nostro paese all’estero nel modo più serio possibile, da amici di altri continenti anche loro alla ricerca costante del modo di rendere questo ombelico un po’ più casa.

Siamo stati a Baltimora a trovare amici di lunga data nel fine settimana, e al cinema, a visitare mercati e ristoranti di recente apertura, abbiamo pedalato fino ai margini della città e lungo i monumenti del centro, e poi siamo andati a concerti (e altri ne verranno) come se avessimo di nuovo 25 anni.

Ieri sera, e questo ha provocato il titolo del post, siamo stati ad un concerto di Jovanotti, in un club su U street, e ci siamo ritrovati un bel gruppo a ballare sulla balconata, ad aspettare canzoni che ci ricordassero un po’ casa, facendo scommesse su quanto indietro sarebbe tornato nel repertorio, perche’ si sa che gli emigranti sono attaccati al passato, e mi sono stupita di sentire tutti questi 25/30 enni con biglietto da visita cantare vecchio frack a memoria.

Non mi sarei sognata di andare ad un concerto di Jovanotti se fosse stato a casa, non per spregio, per semplice vago disinteresse, ma l’ombelico amplifica tutte le sensazioni, e andrò addirittura a sentire i Subsonica, la prossima settimana, più per la compagnia che per altro.

Intanto, al piano di sopra la mia valigia è di nuovo mezza piena, parto per la California mercoledì, a trovare un’amica: mettiamo miglia, tempo e soldi, noi che dobbiamo farci il nido lontano da casa, per non perdere i legami faticosamente intrecciati nel corso delle nostre perigrinazioni.

Al mio ritorno, la giostra continuerà con un Ringraziamento Canadese (ci sentiamo emigranti non da uno ma da due paesi, e ricerchiamo le nostre radici anche se appartengono ad alberi diversi) e altri cammini incroceranno ancora il nostro, gente che ancora non conosco ma che non vedo l’ora di incontrare.

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