Un percorso

Ieri sono uscita di casa per percorrere la solita strada verso il college.

Appena fuori, un vicino era come al solito seduto sui gradini della sua casa: abbiamo scambiato qualche parola sull’incredibile giornata estiva.

Sull’angolo, un impresario sta finendo di ristrutturare una casa che verrà trasformata in appartamenti. Vedendomi passare si è interrotto e mi ha chiesto del cane che portavo a spasso domenica (era di un’altra vicina).

I ragazzi che abitano nella casa con le moto sempre parcheggiate davanti sono fermi come al solito in un gruppetto a chiacchierare: si spostano per farmi spazio sullo stretto marciapiede e mormorano vaghi un “come va”.

Il gruppo di homeless che staziona vicino al negozio di mobili usati è sempre molto cordiale: a seconda del tasso alcolico il loro saluto varia da “bella giornata signora, come va?” a “sei proprio bella oggi”.

Tra North Capitol e Florida, spesso incrocio i poliziotti di ronda. Qualche volta li conosco, qualche volta no. Ci si saluta comunque.

Il lungo tratto verso New York Avenue è tutto fatto di cantieri. Gli operati si toccano il caschetto al mio passaggio, i netturbini che lavorano per il Business District indossano magliette colorate e credo che siamo obbligati a sorridere per contratto.

Davanti alle case popolari i ragazzi sono numerosi e piuttosto rumorosi. Mi ignorano, osservandomi con attenzione e sogghignando come fanno gli  adolescenti, ma si scostano per farmi passare.

All’altezza di Freedom Plaza, una mendicante siede con un ombrello, ogni giorno, indipendentemente dal tempo. Oggi le lascio due quarti di dollaro che mi ritrovo in tasca.

Ormai sono al college, e altri ragazzi scherzano a si spintonano con poca convinzione. Qualcuno mangia sui tavoli fuori dalla porta. Union Station è vicina, cominciano ad aumentare i colletti bianchi, uomini e donne con 24 ore ed espressione determinata.

Quando entro nell’atrio, le guardie mi fanno un cenno, e sono arrivata.

Durante il mio tragitto ho incrociato una trentina di persone. Forse quattro di queste erano bianchi. Questo è il quadrante Nord Est di Washington DC.

All’inizio della nostra vita qui, questa stessa passeggiata mi intimidiva. Ero guardinga e leggermente preoccupata. Stringevo la borsa e camminavo spedita, senza lasciarmi distrarre dal paesaggio. Sapevo anche allora che il mio era un atteggiamento razzista. E infatti cercavo di trattenermi e combatterlo. Ma qualche volta, era più forte di me. In alcune occasioni, ho cambiato strada per non incrociare personaggi che non mi davano sicurezza.

Posso dire oggi che ho avuto un discreto successo, nel mio tentativo di sormontare questa irrazionale paura, e vorrei potermene attribuire il merito, ma la verità è che è tutta questione di esposizione. Abbiamo avuto in questi due anni vari ospiti in casa, e molti di loro hanno percorso questa stessa strada con la sensazione di essere osservati e a tratti giudicati, e non erano a proprio agio. Capisco la sensazione, ma ho imparato che non è così.

Si, forse erano osservati. Persone mai viste in una via dove la gente più o meno si conosce. Persone venute da fuori in una zona in cui c’è poco turismo.

Ma il fatto è, che ad osservarli erano principalmente latino americani e afro americani (perchè questa è la demografica del quartiere, soprattutto al pomeriggio) ed era questo a farli sentire a disagio. Li capisco .Come ho detto, è capitato anche a me. Ma è solo questione di mancata abitudine.

E adesso, un articolo dell’Atlantic mi da ragione (adoro avere ragione): sul Journal of Cognitive Neuroscience, alcuni scienziati riportano di aver fatto studi sull’amigdala, una parte del cervello che reagisce alla vista di persone di razza diversa dalla nostra. A quanto pare l’amigdala dei bambini sotto i 14 anni non reagisce affatto. E adulti esposti ad una rete sociale fatta di persone di più razze, reagiscono meno di chi non è esposto affatto.

Ergo: il razzismo si apprende, il razzismo si può controllare e magari anche “disapprendere”.

Vi sembra ovvio? Sulla carta lo è. Ma osservatevi in un ambiente diverso da quello abituale: come reagite?

Uno quando pensa al razzismo pensa magari al Ku Klux Klan. Ma il razzismo a volte è solo paura del diverso. Per me è stato così. Ma non raccontatevi che NON è razzismo percheé non provate odio ma solo disagio. Lo è. Combattetelo. Si puo fare.

2 thoughts on “Un percorso

  1. Grazie per questo post che consente una personale riflessione che ciascuno di noi fa. Ti racconto un aneddoto: Elisa, la mia piccola principessa di 4 anni, ha una compagnetta di colore. Non so da dove venga (in senso di origine dei genitori perché l’accento è di borgata che più borgata non si può!) né come sia uscita la storia fatto sta che tra loro i bambini le hanno chiesto perché fosse scura di carnagione. La bimba, un po’ più grande di Elisa, ha risposto che dopo la nascita era stata dipinta … la fantasia dei bambini non ha limiti, ma la spiegazione è stata sufficiente e hanno ripreso a giocare tranquillamente insieme, troncando ogni infinito di verbo come è normalissimo a Roma (con mio sommo dispiacere, da catanese!). Quando lo scorso anno portammo la nostra bambina in California per lei è stato assolutamente normale giocare con bambine di ogni razza, religione e lingua. Semplicemente non era importante.

    p.s. mi sono permesso di girare il tuo post sulla pagina facebook del mio blog (autopubblicità!): https://www.facebook.com/trentamilapiedisopralostivale
    sperando sia letto e condiviso!

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