Svegliarsi nel blu

Stamattina fa freddo nel Mid Atlantic. Esco dieci minuti prima, voglio proprio godermi lo spettacolo. La gente cammina su North Capitol con il cappuccio del piumino tirato sulla testa, il naso sprofondato nella sciarpa, ma gli occhi sorridono.

Per riscaldarmi le mani prendo un bidone di the caldo al bar dei biscotti artigianali, il giovane commesso canticchia. Accanto, il parrucchiere per uomo che funge da centrale del pettegolezzo è già aperto prima delle 9, contrariamente al solito. I pensionati afro americani che lo popolano a tutte le ore sono già dentro, e c’è eccitazione. Buongiorno, dico a quello sulla porta. “And it is good, ain’t it?” mi risponde con l’aria di chi custodisce un segreto.

Ma non è un segreto no? La capitale dell’impero, che ospita il governo e dal governo è costantemente vilipesa, la città che si divide infallibilmente su ogni possibile questione, razziale, economica, di calsse, che non riesce a mettersi daccordo nemmeno su cosa fare di un parco giochi, per una volta ha votato compatta.

91% del voto popolare, tutti e tre i nostri preziosissimi voti elettorali, perché un avvocato di Chicago restasse ancora qualche anno nostro concittadino.

Siamo così, ci teniamo al buon vicinato.

Ieri sera, in un bar sport molto gay friendly di U street, eravamo tutti ammassati come sardine a scrutare assetati la dozzina di schermi che ci centellinavano le informazioni come acqua nel deserto. Uno degli schermi era misteriosamente sintonizzato sulla coppa Davis e forniva un po’ di sano comic relief alla serata. “Che diavolo fanno in Florida” “Hai ragione, ma almeno il tennista spagnolo è in rimonta”.

Robe così. Verso le 9.30 un tipo ammassato sul tavolo vicino mi prende gentilmente per il gomito, mi fa voltare verso di lui, e con gli occhi lucidi mi chiede: “What are we gonna do if Romney wins?”

Gli amici hanno vari stati di alterazione: Heather brandisce una mappa degli stati altalena e improvvisa calcoli sui grandi elettori, Paul mi confida che Vincent, il suo ragazzo, è rimasto a casa perché non reggeva la tensione.

Dalle 10 in poi la Florida comincia il suo balletto di 50000 voti più e 50000 meno, l’Ohio va verso la giusta direzione ma lentamente, sulla West Coast è ancora troppo presto per chiudere le urne, e anche se sappiamo già come voteranno sentiamo tremendamente la mancanza di quei numeri aggiunti al totale.

La marea di stati rossi sulla mappa è scoraggiante, e non importa il numero di grandi elettori, è una questione psicologica.

Poi qualcosa succede. La Virginia, vicino armato, è persa (come non detto), ma ha eletto un senatore democratico. Il Maryland, vicino gentile, ha passato tutti i suoi referendum, incluso matrimonio gay e Dream  Act.

La stanza erompe in grida gioiose. Ci abbracciamo. Alle 11. 15 Obama manda un messaggio su twitter, ringraziando i supporter per la vittoria.

Non c’è più motivo di restare. I numeri continuano a girare sugli schermi, il tipo di CNN sposta gli stati con le mani su quello che sembra un schermo interattivo.

Noi usciamo lentamente dal locale, avvolgendoci nelle sciarpe. La gente canta e balla su U street, le auto strombazzano allegramente in direzione Maryland.

Un gruppo di operai notturni aggiusta un buco per la strada, sono tutti fermi intorno all’escavatore e sorridono. Gliel’abbiamo fatta vedere, dice uno al nostro amico che gli comunica la notizia.

Stanotte ho sognato viaggi e cucine di ristoranti. Stamattina mi sono svegliata, ed ero nel blu.

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