From a distance

Sono in Italia, bloccata qui da problemi famigliari, e guardo da lontano gli avvenimenti americani, per lo più attraverso la lente di un amico canadese che è nostro ospite, in nostra assenza, e che riporta i giorni intensi dell’inaugurazione del secondo mandato di Obama.
Washington in questi giorni dev’essere un circo impazzito, folle multicolori e urlanti ad ogni angolo, eventi più o meno culturali o politici, la spaccatura sempre evidente della città accentuata dal culminare della celebrazione.
Eppure, leggendo i commenti certo legittimi del mio amico, mi sale una leggera irritazione.
Perchè per me ormai la città non è più il simbolo che rappresenta agli occhi di viaggiatori e turisti, la capitale di un impero anacronistico e fatiscente, l’incontro tra l’America dei diritti civili e quella del Tea Party, tra MLK e il suo armato assassino.
Per me Washington è la città in cui vivono persone a cui voglio bene e che riempiono le mie giornate: Mike che ci invita agli smashing parties, Heather che apre la porta a tutti i nuovi arrivati, Zach e Paul e le nottate di Bloomingdale, Jimmy sempre pronto ad informanti delle novità dell’isolato, Brooke che si fa in quattro organizzare il quartiere.
Anche il lavoro, è DC. I ragazzi nelle classi del college, i colleghi del compagno di viaggio, la band e le nottate a fare prove.
E così forse, lentamente, subdolamente, la città è diventata casa mia e mi irrito se qualcuno la giudica dopo averci passato una settimana in un momento molto particolare dell’anno.
Immaginate di essere romani, e che qualcuno arrivi e pensi che Roma sia piazza San Pietro durante una beatificazione.
Non c’è altro, nella vostra città, che folle di zelanti cristiani che aspettano il nuovo leader?
Certo, molte cose sono vere. L’ America non ha uno straccio di sanità pubblica, ma pensate un po’, DC fa almeno in parte eccezione, offrendola ai suoi cittadini più bisognosi.
La povertà e i senza tetto sono molto evidenti, ma in questi giorni se costeggio i portici di via Sacchi dopo le 5 del pomeriggio, non posso illuderei di vivere in un paese privo dell’una e degli altri.
C’è razzismo, ma provate a farvi un giro su un mezzo pubblico in Italia e ad ascoltare le conversazioni intorno a voi.
Il mio amico orripila di fronte ai commenti della destra americana nei confronti di un presidente di colore, ma hey, li intanto c’è un presidente di colore.
Insomma, non posso credere che il primo post del 2013 sia una difesa degli Stati Uniti. È non lo è, veramente, ma insomma, la trave, la pagliuzza, tutta quella roba lì?

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