Via Barbablù*

Sono in Italia da ormai un mese e mezzo, tre settimane più del previsto e passo la miglior parte del mio tempo a risolvere il problema di tipo burocratico che mi ha trattenuta. Mi sto facendo una cultura sul funzionamento degli uffici – pubblici e non – che si rivolgono al pubblico.
Tutto il mondo è paese, deliri organizzativi vengono spesso corretti da personale estremamente capace e ben disposto, a volte no.

La fortuna, in mezzo al caos, è che il CdV ed io abbiamo appena spostato il centro della nostra esistenza Torinese in un nuovo appartamento, che è sito proprio nel cuore del centro medievale.
Ovvero comodo a tutti gli uffici di ispirazione kafkiana che sto frequentando, e anche ai mezzi pubblici per arrivare altrove.

Naturalmente abbiamo avuto i nostri dubbi: chi ha mai vissuto in una strada pedonale, dove a malapena passano i camioncini per le consegne ai negozi e la raccolta dei rifiuti è attività di natura medievaleggiante?

Alcune settimane fa, mentre valutavamo le possibilità per traslocare i nostri pochi averi e ci domandavamo come predisporre la consegna di un letto, il CdV ha detto, col tono di uno che non è interamente sicuro: beh, tutti questi appartamenti saranno pur arredati, no?

Infatti la consegna di mobili o altri oggetti è un problema, sia pur non insormontabile, l’altro magari è la poca luce che entra dalle strette finestre al primo piano, ma per tutto il resto, potrei vivere qui a tempo pieno.

Scendo la rampa di scale che mi separa dal piccolo e silenzioso cortile, lo attraverso, apro il cancello di ferro che si affaccia sulla stretta via pedonale e… Sono ancora in salotto.
Dopo pochi giorni, conosco tutti i negozianti sull’isolato – molti sono vicini di casa.
La prossimità con gli altri nel camminare rende inevitabile la socializzazione. Sotto casa, tutto è a portata di mano, dagli alimentari essenziali ai fiocchi per tende, ai mobili inglesi di fine ottocento.
In 15 metri sono sulla grande via pedonale dello struscio, affollata di sabato, più tranquilla durante la settimana.
Attraverso ancora una piccola piazza, magari un’altra via pedonale, e il più grande mercato della città è a mia disposizione, con i suoi colori e i profumi, i prezzi irragionevolmente bassi, cibo profondamente piemontese e specialità internazionali convivono senza apparente scontro sui banchi affiancati.

La mia migliore amica abita dall’altro lato del mercato, ogni tanto il sabato mattina facciamo la spesa insieme, olive di foggia, due fettine di toma di Lanzo, magari un salto al banco delle spezie, ci facciamo un pollo al curry?

Insomma queste due camere nel cuore della contrada dei Guardinfanti, rintanate in un interno cortile stanno salvando la vita a me e al CdV, che da tempo sentivamo di aver perso un po’ di controllo sulla sezione piemontese delle nostre esistenze.

Mentre scrivo, seduta sul letto, ascolto la città che chiude per il week end, le serrande dei negozi che si abbassano, la gente che si saluta entrando o uscendo dai portoni, e infine passi che si allontanano sui ciottoli della via. Resteranno solo i ristoranti per chi vuol far tardi, i locali trendy del quadrilatero romano.
Tra poco la nostra porta si aprirà per gli amici, la tavola prenderà vita con chiacchiere e cibo e bevande.

Sono contenta di essermi ripresa la mia città, mi manca un po’ quella che ho lasciato ma poi penso, sono fortunata ad avere due posti da poter chiamare casa.

*copyright F.Caruso

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