Primo Maggio, su coraggio…

Altro giro, altra corsa. Questo passerà alla storia come l’anno dell’attraversamento atlantico.

Amelia Earhart impallidisce, al mio confronto.

Con tutto quello che succede, sono di un impensabile buon umore. La politica sulle due sponde del laghetto è roba da tagliarsi le vene;

Pazzoidi armati si aggirano con pistole o bombe e riescono con successo variabile a uccidere i propri simili semina

ndo contemporaneamente un panico non necessariamente giustificato;

Intere fabbriche saltano in aria uccidendo molte più persone dei suddetti pazzoidi armati, ma la cosa non pare sconvolgere nessuno. Morire sul lavoro è disgrazia che tocca ad altri.

La mia battaglia con le agenzie delle entrate di due continenti continua estenuante, e notate che sto cercando di pagarle, le tasse, non di evaderle.

Eppure, c’è un’isola al centro del fiume cittadino (non  il Potomac, confine tra stati, e se lo avete pensato non siete Washingtoniani veri) che è come l’isolachenonc’è, nel cuore del distretto, lontana dai percorsi quotidiani, (I had to climb a fence to get here, mi ha detto una ragazza, e ok, ma da dove diavolo arrivavi?) dove si svolge un bel festival del Blue Grass, altra tradizione meno nota che fa di DC un luogo del sud, e quindi vicino al mio cuore.

In un sabato di Aprile che sembra Giugno, 8000 persone si sono riversate sull’isoletta ed erano di buon umore, anche quando il sole li obbligava a ripetuti bagni nella protezione 54, anche quando la birra è finita perché gli organizzatori ne aspettavano 3500, di persone, anche quando ogni centimetro quadro dell’isoletta era coperto da plaid per il picnic, persone, cani, biciclette, bambini, musicisti e per camminare si doveva inevitabilmente calpestare qualcuno, ma non è così che nascono le amicizie?

C’è una festa di compleanno, in uno dei sobborghi della città, nel giardino pieno di azalee e  cornioli di un’amica, un buffet con polpette di granchio, vino che scorre dalle caraffe ai bicchieri, musica che ci riporta all’adolescenza, conversazione che spazia dalla crisi di Cipro all’ultimo film di Iron Man, la festeggiata sfoggia una tiara e ride, perché quando altro può mettersela se non alla festa di un complanno che rima con anta, e siamo tutti esausti perché abbiamo lavorato sull’isoletta tutto il pomeriggio, ma l’adrenalina è ancora alta e le luci stroboscopiche sono il tocco di assurdo che ci vuole e presto tutti balliamo sulla musica di Grease e il rientro in città è come il rientro da una gita scolastica, ridiamo e ridiamo e ci raccontiamo pezzi di serata e forse al mio prossimo compleanno vorrò anch’io una tiara.

Ci sono dieci persone intorno al mio tavolo da pranzo, e due teglie di pasta al forno e il solito vino e la birra locale, di cui non posso più fare a meno, e come in una barzelletta, due italiane, due indiani, un palestinese una quebecoise e quattro americani, e questi sono i miei amici, con cui vado ai festival, alle feste di compleanno, con cui pedalo per la città da un locale all’altro, che incontro la domenica al mercato, e sono allegri, spiritosi, a volte sarcastici, entusiasti, curiosi, generosi di tempo e risorse, impegnati fino al collo in cause assortite perché questa è DC e la politica scorre nel summenzionato fiume, ma non è una cosa distante, è nel quotidiano e la si porta tra scherzi e battute al mio tavolo da pranzo un lunedì sera qualsiasi, insieme al formaggio, alla pasta al forno e alla conversazione su chi sarà il prossimo sindaco.

Ma domani è Maggio e Maggio è il mese italiano per eccellenza per me, e tra dieci giorni sarò di nuovo a Torino,  la valigia sta per essere riempita e tra pochi giorni tornerò in Italia e mi sento un pò nomade e rimpiango di aver prenotato il volo di rientro così presto, ma non tanto, che c’è la fiera del libro, un matrimonio a cui attendere, vacanze da preparare, e le tasse, mio dio le tasse, ancora a metà del processo

Ma non vorrò parlare di politica, mentre sono in Italia, anche se è un desiderio difficile da realizzare, sono stufa dei toni, delle recriminazioni, del vago insulto, mi sono abituata in questa città ad averla vicina e a portata di mano la politica, o meglio la gente che fa politica, e ieri sera ho avuto questa epifania, che in Italia se ne parla molto e se ne fa poca, anche e soprattutto di quella piccola, locale, a base di impegni settimanali o mensili.

Non è la politica americana certamente ad essere migliore della nostra, anzi, e nemmeno quella locale, che come dappertutto è corrotta e stupida il giusto. Sono le persone, quelle che frequento io, che me la rendono più tollerabile, più interessante, perché la vedo ormai attraverso il loro lavoro ed il loro impegno e l’infaticabile buona volontà, che non è cecità o ingenuità, come a volte sembriamo pensare noi europei degli americani, ma determinazione e resistenza alle frustrazioni.

E in un istante ritorno indietro all’estate del 2008, il secondo anno ad Halifax, Ce ne sono voluti tre a Washington ma il risultato è nuovamente raggiunto.

Sono di nuovo in quello stato d’animo in cui tornare in Italia un poco mi pesa, perché forse, dopotutto, finalmente, sono a casa.

Kingman Island Anacostia River

Kingman Island, Anacostia River

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