Un paese al rallentatore

Tempo fa ho scritto un post sul mito di New York che non dorme mai. Oggi vorrei parlarvi di quello ancora più fantasioso dell’America come paese ad alta velocità.

Sono le 9 del mattino e il traffico è immobile su Rhode Island avenue. La gente è relativamente rispettosa dei pedoni, quindi l’incrocio è libero quando scatta il verde. Mi aspetto  uno scricchiolio di gomme sull’asfalto e una corsa ad occupare il vuoto – minimo – che si è creato oltre l’incrocio. Le tre auto in prima fina hanno autisti che guardano nel vuoto e impiegano alcuni secondi a reagire. Sono a piedi, ferma sull’angolo, ma reprimo a stento l’istinto di suonare un clacson.

Sulla scala mobile della metro la gente sta disciplinata sulla destra, senza muoversi. Li sorpasso sulla sinistra, ma sono l’unica che sale e non si lascia trasportare.

Il treno arriva, si ferma sulla pedana, e sette (dico sette) secondi passano prima che le porte si aprano.

L’autobus si ferma ad ogni isolato. Accosta e la gente che deve scendere non si alza prima che le porte siamo aperte. Chi deve salire attende pazientemente quelli davanti che selezionano con penosa attenzione le monete da un quarto necessarie al biglietto.

Il bar di una famosa catena fuori dall’università offre in autunno una bevanda speziata di cui sono golosissima. Non c’è fila, ma il barista compie gesti lentissimi per riempire una bicchiere di carta di tre diverse miscele. L’intera operazione, ordine, pagamento, ritiro della bevanda, prende 7 minuti. Sono sola nel locale.

Nell’atrio dell’edificio 41 ci sono 3 ascensori che servono 7 piani inclusi i garage. Da mesi ormai cerco di individuare la misteriosa alchimia che li guida. Uno non sono mai riuscita a prenderlo, e’ sempre fermo ad un piano diverso. La salita, già lentissima di suo, è intorrotta da improvvisi cambi di marcia inesplicabili. In tre premiamo il pulsante del quarto piano e l’ascensore capricciosamente ci porta in garage, aprendo le sue porte sul corridoio deserto. Nessuno mugugna o si stupisce. Aspettiamo che riprenda la salita.

Le ragazze in questa fredda giornata d’autunno vanno in shorts e tacchi a rocchetto: ogni passo sembra costare loro fatica, si muovono con il passo di chi si avvia alla spiaggia. Le supero sul marciapiede e mi sento vagamente una centometrista.

Il commesso del supermercato taglia il prosciutto come chi sta tagliando pietre preziose. Lo pesa ogni quattro fette, e la bilancia è dall’altro lato del bancone, il viaggio gli richiede ogni volta una decina di passi. Faccio ogni volta mente locale di comprarlo confezionato.

Gli esempi che sto facendo non sono eccezionali. Anzi, in verità sono un compendio della mia esperienza dopo 7 anni in Nord America. Ogni bar, ogni ascensore, ogni autobus risponde alle caratteristiche che ho appena descritto. In Italia, il nervosismo a scatti delle auto agli incroci mi mandava in ansia. In America, a volte mi appisolo in attesa del mio pumpkin latte.

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