New Orleans day three (on the bayou edition)

Scegliamo una piantagione a caso: affacciata sul fiume, con strane guide in costume d’epoca, negozietto acchiappa turisti e cabina degli schiavi riprodotta.

Un pannello informa che qui hanno girato il recente 12 years a slave, e volendo si possono acquistare gli attrezzi di scena usati nel film – tazze e teiere.

C’è al momento in vita una accesa polemica sul riutilizzo delle case delle piantagioni come luoghi di festa (matrimoni, banchetti ecc.) e sono lieta di averne incidentalmente scelta una che si comporta solo da museo.

Una signora ci mostra come usare un telaio.

Per vedere il fiume bisogna arrampicarsi sull’alto argine e poi aguzzare la vista dietro gli alberi.

Gli alberi sono la cosa più spettacolare: grosse querce centenarie che trattengono la spanish moss tra i rami robusti. Magnolie. Occasionali agrumi. L’aria profuma di sud.

Aspettiamo l’ora dello swamp tour tra tristi mall suburbane.

Il capitano della barca si atteggia un pelo, ma è simpatico, con origini cajun e idee confuse sulla time line della Louisiana.

Mentre ci inoltriamo tra i cipressi dello swamp (lo swamp è terra sull’acqua, il marsh è acqua sulla terra, ci informa il nostro cicerone) il tempo si smaterializza. C’è quiete unita ad uno strano senso di pericolo in queste terre basse.

Gli animali li vediamo, ci mancherebbe a questi prezzi: un alligatore semi interrato, una gru, varii orsetti lavatori e un serpente d’acqua.

Poi da un scatola il nostro tira fuori un piccolo alligatore quattrenne, lungo forse 40 centimetri, d’allevamento. Ce lo passiamo di mano in mano e ci facciamo le foto.

La mega filippica contro la civiltà dell’immagine con cui la nostra guida ci ha intrattenuto si dissolve in un mare di flash e urletti entusiasti.

Un alligatore è lisco, e molto freddo, se ve lo chiedeste.

La sera ci buttiamo su Frenchmen con maggiore determinazione. Un jazz band niente male suona durante la cena, mentre i New Orleans Saints battono per un pelo i Philadelphia Eagles.

Così quando i la Tremé Brass Band attacca When all the saints go marching in sul pavimento appiccicoso di mille birre del Blue Nile, la città libera un grido di gioia e noi con lei, e sono gli ottoni che vibrano nel petto, e non la vittoria di una squadra di football, a scatenarlo.

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