Il curriculum nascosto

Tra qualche giorno il CdV ed io ricominciamo la scuola. Lui da docente, io da studente.

Lui in una delle più prestigiose università degli Stati Uniti, io in una di quelle che ha il più basso rating, in questo paese appassionato di classifiche.

Cosa le rende diverse, a parte i soldi, che negli eleganti edifici neogotici lungo il fiume arrivano a palate, e nel city campus appena un paio di miglia più a nord sono in costante mancanza?

Quando ascolto i miei docenti, non posso dire che non  siano in gamba, anche preparati (per lo più). I ragazzi sono svegli e se anche hanno lacune dovute spesso a scuole superiori di livello infimo, più di una volta li ho visti all’altezza della situazione, e anche oltre. Hanno senso civico, sono informati sull’attualità, e si meravigliano con un candore commovente.

La differenza – quella più ovvia – è il diverso livello di aspettative che si ha nei confronti degli studenti. I miei compagni sono contenti di laurearsi, se una C è sufficiente, ad una C aspirano. Gli studenti del CdV si sentono destinati a grandi cose- spesso lo sono, se sei il figlio del capo delle guardie vaticane difficilmente finirai in fabbrica -, e fanno drammi per un A-.

Nessuno – o pochi -sprona i miei colleghi a maggiore impegno, o puntualità. Le maglie sono larghe: se il compito è dovuto il lunedì, sono rare le sanzioni per chi consegna il mercoledì. Gli stessi docenti finiscono per non aderire al proprio programma, perché questo è l’atteggiamento in generale. Se il CdV posta il syllabus, non più di una lieve variazione è concessa a corso iniziato, o gli studenti si lamenteranno a gran voce.

Se guardo i miei compagni, vedo gente che affronta la scuola come un nemico da combattere, un ostacolo a volte incomprensibile da superare. Molti di loro, è un miracolo che siano arrivati fin qui. Hanno lavori a tempo pieno, figli piccoli, una laurea vuol dire un aumento, un lavoro più flessibile, la possibilità di spostarsi altrove.

I ragazzi che frequentano le scuole pubbliche americane dei centri poveri delle città combattono spesso con questo: la mancanza di aspettativa, la mancanza di esempi. Se nessuno nella tua famiglia è mai andato al college, se nessuno dei tuoi amici pensa di andarci, il college può essere gratuito e a due isolati da casa: tu non lo prenderai comunque in considerazione.

Ha un nome, questo atteggiamento diffuso nelle inner city public school americane. Si chiama, in inglese “Hidden Curriculm”. È una forza invisibile contro cui i ragazzi devono lottare senza nemmeno sapere che esista. E chi ha i numeri, e qualcuno li ha, straordinari, deve prima superare gli ostacoli che gli stessi coetani, e a volte la famiglia, mettono: sei diverso dagli altri, non sei normale, nessuno ha avuto quell’esperienza prima di te, non sanno come consigliarti. E poi, una volta approdati faticosamente nella bella università con l’edera sugli edifici, sono in un mondo estraneo di cui non conoscono le regole e a cui non sono abituati. E ancora una volta la loro esperienza non è condivisa dai più, mancano esempi – spesso tra  i docenti – su cui basarsi, a cui appoggiarsi.

Il mito americano conta su questi pochi studenti, per alimentarsi della falsa idea che basti la volontà. Ma non aiuta poi molto nemmeno i casi eccezionali, nemmeno i suoi figli più dotati, più determinati.

Che succede a tutti gli altri, quelli che restano sommersi, è spesso tristemente nella cronaca. Ancora di più, sono storie di banale fatica di vivere, nascoste anche alle news, che comunque non vogliamo sentire.

 

 

 

 

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