New Orleans Dining Guide

Piccola piccola, e totalmente affidata al caso: sembra impossibile mangiare male in questa città, ammesso che amiate i fritti, il piccante ed i sapori forti in generale.

The Praline Connection

Frenchmen Street. Forse il posto più turistico in cui siamo stati, con i camerieri con il fedora e un servizio spiccio da comitive. Ma in il fritto di pesce era croccante e la salciccia di alligatore all’altezza.

Olivier’s

Nel cuore del quartiere turistico, tra Decatur e Canal Street, Olivier’s è di proprietà di una famiglia afro americana di origine creola. Se volete comiciare a tuffarvi nella cucina locale, è un ottimo punto di partenza: gli antipasti comprendono un tris di gumbo (il gumbo mi piace moltissimo, e dovrò provare a riprodurlo a casa), e poi potete tuffarvi in cose ancora più esotiche – si fa per dire – tipo il jambalaya o il coniglio alla creola. Per gli americani, spesso anche i fagioli sono esotici 🙂

Il ristorante era tutto per noi, per via del Sugar Bowl, ma è stata un’ottima cena.

Muriel’s

Jackson Square. Si auto definisce bistro, ma è un enorme ristorante a tovaglie bianche. Per una serata un po’ più su, Muriel’s ha camerieri anche troppo solleciti (appena ti alzi per andare in bagno ti ripiegano il tovagliolo) ma l’atmosfera è comunque familiare, sorridente, e il locale molto carino. C’è anche il fantasma. Il cibo offre opzioni un pò più continentali della sola cucina creola.

The Maison

Ancora Frenchmen Street. Patatine pessime. Tris di fritti non certo abbondante. E la birra locale era finita. Ma la musica, si viene per quella, quindi chi se ne frega del cibo?

Crescent City BrewHouse

In piena Decatur Street. E’ un birrificio, e si possono fare gli assaggi. Hanno le ostriche vive, ma non disdegnano di friggerle per il Po’ Boy (niente eccitazione, è un panino!). C’è musica anche la domenica pomeriggio, anche se non è certo la migliore in città.

Bacchanal

In fondo a Bywater, niente turisti, ma una lunga via buia per arrivare. Siete a Hipster Central. Si prende una bottiglia di vino, dei bicchieri, e ci si avvia al tavolo. Il cibo arriva con calma, ed è buono e non scontato. I musicisti erano italiani (un puro caso) e l’atmosfera da osteria ricercata.

Ignatius

Garden Distric,Magazine Street, eatery, dice la definizione, che è una cosa tra un ristorante ed un caffé.Il gumbo era buono, anche troppo ricercato con il granchio(dovrebbe essere un piatto povero, ma chi si lamenta?). E anche il peperone ripieno, benché – o forse in quanto – affogato nel formaggio. Ma niente té caldo, sembrano tutti sconvolti quando lo chiedo. Io lo ordinerei anche freddo, ma c’erano 3 gradi fuori! Il cameriere sollecitissimo e quasi incomprensibile quando parla.

Oxalis

Il ristorante ha aperto da meno di un mese (io leggo religiosamente tutti i free paper dei posti che visito, e così l’ho trovato), ancora a Bywater. Si entra in un grazioso cortile e poi nel locale, e se si ordina il piatto di formaggi si scopre che uno è una paglierina. Autentica. Che io mi darei una mano per riuscire a trovarla qui nella capitale. Anche il mio duck confit non è male, e la zuppa del CdV, con le cozze, è perfetta ber battere i freddi inattesi sulla riva del Mississippi.

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