Tempeste, Oscar e l’elusiva identità Americana

Samo di nuovo tutti bloccati a casa da una tempesta di neve marzolina che pare segua la Highway 95. Aspettiamo una ventina di cm di neve entro stasera, la città è silenziosissima perché una volta che chiudono scuole, governo locale, governo federale, non restano che gli ospedali e una manciata di ristoratori che abita sopra il proprio locale e approfitta della gente bloccata in casa per offrire impromptu brunch.

Ieri sera abbiamo visto gli Oscar a casa di amici, perché la mancanza di tv via cavo offre spazio alla socializzazione, e poi perché come il Superbowl è così che si guardano gli Oscar, mangiuccchiando, criticando i vestiti ed esultando agli annunci di tempo inclemente, uno per uno gli astanti scoprivano di non dover alzarsi il mattino dopo.

Sono soddisfatta della vittoria di Sorrentino, il film mi è piaciuto molto, non è il suo migliore, ma questo premio vuol dire più distribuzione a tutti gli altri suoi film in Nord America. Tra i nostri amici c’era una persona dalla Palestina, quindi stiamo già pianificando una veduta collettiva di Omar.

Tra i documentari c’era roba eccellente, l’unico di cui non sapevo nulla era il vincitore, mi informerò con calma.

Ho poco interesse e poca pazienza per tutto il resto quindi sorvolerò su atori non protagonisti e costumi.

La vittoria a “12 years a slave” è un evento piuttosto importante da queste parti, non so fino a che punto all’estero si riesca a capire, perché il cattivo rapporto che gli USA a volte hanno con la propria storia si riflette in profondamente in problemi di indentità e giustizia sociale, nella difficoltà profonda di un paese multi razziale a riconoscersi nello specchio ma anche nelle infonite possibilità che la multirazzialità e le identità costruite e scelte offrono.

Il fatto che il primo film ad essere onesto e privo di giustificazioni su uno dei periodi più bui della storia Americana sia di un regista inglese è interessante. Ma certo non bisogna dimenticare che gli Americani non erano soli a praticare la schiavitù, l’unica differenza è che la usavano in casa, e McQueen ieri sera ha fatto notare che a tutt’oggi sono 21 milioni le persone in stato di schiavitù (non so da dove venga la statistica, non ha molta importanza se non che nessuno ha le mani pulite).

Sorriso amaro: qualcuno ieri faceva ironicamente notare ai propri connazionali che, per quanto sorprendente, non tutte le persone di colore sono Afro Americane. Ah! Pensa un po’!

 

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