Un’ estate da dimenticare – prima parte

È stata una brutta estate. No, scusate, ricominciamo.

È stata proprio un’estate di merda.

In genere non parlo dei fatti miei su questo blog, ma in questo caso si può fare una piccola eccezione, magari cambiando nomi, luoghi, glissando sui dettagli, parafrasando. Perché veramente, vi sfido.

L’estte di schifo è iniziata a Febbraio (noi si fa le cose in grande) con una chiamata da parte del padre sul cellular Americano (il padre non chiama mai, nemmeno sui telefoni italiani, a meno che non ci siano problemi gravissimi). Con la voce rotta, mi fa un elenco di problemi di salute non molto chiari, si capisce che i medici gli hanno detto cose che lui fatica a interpretare, ma è spaventato e leggermente irrazionale. Un giro di chiamate ai suddetti medici, e ne so meno di prima.

Attendo che l’ambasciata finisca di rinnovarmi il passaparto (ovviamente ero senza passaporto, avendo atteso l’ultimo momento perché avevo pensato, se poi non ce l’ho quando mi serve …) e prenoto il primo volo. Segue un mese nell’isolatissima, bucolicissima, solitarissima residenza di mio padre. Io, lui, una vicina gentile (sempre sia lodata) e il gatto.

 

Romeo in posa

Il padre non ha apparentemente nulla di nuovo: dieci anni senza un esame del sangue (il mio, di sangue, ribolle al solo pensiero, il disgraziato mi aveva sempre assicurato che tutto era sotto controllo), portano ad un picco di glicemia altissimo, laddove era stata in passato sotto cntrollo con la dieta. Risultato, quattro insuline al dì, e un padre depresso ed invecchiato di colpo, io incazzata e sull’orlo di una crisi per la mancanza di compagnia umana sotto i settant’anni.

Comunque, il problema principale del padre resta la sua poca mobilità, lo scarso equilibrio, la tendenza a cadere, ma il medico lo attribuisce ad una mancanza di attività fisica – il cane che si morde la coda – ed il padre rifiuta di fare ulteriori esami. Rifiuta anche di spostarsi in un luogo che non sia la bucolica residenza, (isolata, su tre piani, di impossibile raggiungimento senza automobile) ma magari un centro abitato ed un appartamento, dove renderebbe la vita più facile di unità di grandezza sia a me che a se stesso. Voglio morire a casa mia, dice. Alzo gli occhi al cielo.

 

2015-06-25 09.05.35

Nel mentre, per fortuna, escludiamo patologie varie quali tumori alla vescica – solo un ingrossamento della prostata – e pian piano si resolve anche la questione epitelioma (che era stata l’origine della prima visita medica), ché il padre quando fa qualcosa, lo fa con impegno.

Riparto riluttante verso casa, piena di sensi di colpa da figlia degenere, ma onestamente io nella dimora bucolica fatico a stare tre giorni, figuramoci un mese.

La mattina di Pasquetta, nuova telefonata del padre. Mmmhhh. Si è rotto l’omero, cadendo dale scale (come volevasi dimostrare). Il problema è che nel fare il raggio X, si è evidenziata una macchia al polmone sinistro. Il problema è anche che causa grave osteoporosi, il braccio non si riesce ad aggiustare. Addio uso dell’auto.

E così adesso abbiamo un padre diabetico, poco stabile sulle gambe, con un braccio inutilizzabile, e forse con un tumore ai polmoni..

Segue complesso pellegrinaggio tra vari ospedali alla ricerca di una diagnosi definitiva. Che arriva. A Giugno inoltrato. Ed è positiva: carcinoma. Ma, ribadisce il padre davanti al chirurgo toracico che ci informa che non si può operare, lui vuol morire a casa sua.

Altre settimane passano in attesa di decidere la terapia, ma quando l’oncolo getta uno sguardo sul padre scuote la testa: non è operabile, e lui (l’oncologo) vista la situazione di paziente unfit (ovvero anziano e non granché in forma), la chemio non la fa.

Pur essendo in generale una grande estimatrice dei medici non interventisti e contro l’accanimento terapeutico, vi posso tuttavia garantire che sentirsi dire che non c’è speranza nè possibilità di azione è dura. Soprattutto perché il paziente al mio fianco sarà pure unfit, ma sintomi non ne ha, perlomeno non relativi al problema oncologico.

Straordinariamente il padre prende bene la notizia, che in fondo gli consentira di fare ciò che ha fatto negli ultimi 10 anni, ovvero niente tranne stare seduto sulla sua poltrona a guardare talk show.

Urge a questo punto cercare una persona che possa assistere il padre, il quale è prigioneiro della casa bucolica adesso che non può più guidare.

Risulta che è molto difficile trovare una badante, automunita e presentabile, in zona irraggiungibile con i mezzi in luogo di mare durante il periodo della stagione turistica. Andiamo attraverso una tremenda trafila di agenize care quanto una clinica svizzera, interviste con possibili persone che ci mollano da un giorno all’altro, aggiustamento dei farmaci, e tutta la sceneggiatura che in molti conosceranno già.

Ho momenti di disperazione profonda, e devo ringraziare molti che mi sono stati vicini ed hanno ascoltato ore di miei paranoie, live ed al telefono. Il CdV per primo, Francesca, Chiara, Antonella, Caterina, Lina, Stefano e Chiara e tutti quelli che in questi mesi ho stressato con la storia della mia vita.

Una menzione speciale va soprattutto a Dinky, che ha fatto (e ancora sta facendo) il grosso del lavoro pratico.

Alla fine la badante si trova: Nina, la mia salvatrice, arriverà finalmente alla metà di settembre, consentendomi finalmente di ripartire verso casa, in attesa di ulteriori sviluppi.

Pensate che l’estate sia stata brutta ma ancora nella media. Aspettte la seconda puntata di questa imperdibile serie.

 

papà, in altri anni

papa scalatore

3 thoughts on “Un’ estate da dimenticare – prima parte

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