Un estate da dimenticare – seconda parte

continua da qui.

È una calda serata di un caldissimo venerdì di luglio, ed il CdV ed io siamo a cena da amici. La conversazione viaggia tra pettegolezzi, libri letti, viaggi, genitori che invecchiano, niente di nuovo, c’è un’aria familiare, siamo a nostro agio con queste persone e ci vuole una pausa, da questa faticosissima estate.

Poi il mio telefono squilla, e l’estate da faticosa si trasforma in infernale. Ci vuole un pò a capire che è successo, perchè nessuno ha il coraggio di pronunciare le parole ad alta voce, e la mia cerchia di amici amanti della crudezza e del cinismo, improvvisamente scopre il valore dell’eufemismo e del non detto.

Ma la sostanza cruda è e cruda resta. F. è morto, in questo caldo atroce, probabilmente per infarto, con le chiavi nella toppa dall’interno, in una serata che sfiora i 35 gradi.

Non è sempre una tragedia quando muore qualcuno? Cosa rende la sua morte peggiore di altre, se non il fatto che era un caro amico, tra I più cari, in effetti?

La differenza è nel fatto che F. non era una persona ordinaria. Era intelligente, più della media, era ironico e dotato di uno straordinario senso dell’assurdo, per nulla tollerante della stupidità altrui, dotato di talento e con grandissime capacità di relazione. Mettiamola in questo modo, perché so che altrimenti non riesco a farvi capire. Quando l’attenzione di F. era su di te, tu eri al centro del mondo. Questa sensazione non era solo mia, e delle persone a noi più vicine. La condividono i suoi colleghi, amici d’infanzia che si erano un pò persi negli anni, decine di decine di persone che si sono fatte avanti quando la notizia si è diffusa, increduli, senza parole. F. era anche fragile ed incerto a volte, ma era cresciuto forse più di tutti noi negli ultimi anni, era diventato un adulto interessante e forse, spero, felice.

Per me in particolare, F. era la persona che più rappresentava la mia città. Abbiamo trascorso anni a camminarla in lungo e in largo, a tutte le ore del giorno e della notte, parlando dei massimi sistemi e di sciocchezze. L’ultima passeggiata che ho fatto con lui, in un altro caldissimo luglio, da piazzale Fusi alla mia tana del centro, F. mi raccontava come le formiche gli avessero invaso casa: mentre cercava di liberarsene, aveva osservato il loro comportamento e ora mi descriveva come una battaglia di Salamina tra minuscoli insetti stava avendo luogo nel suo soggiorno.Ho riso alle lacrime.

Quella sera, dopo aver accolto altri amici che arrivavano informati della notizia, ho percorso in silenzio le strade del centro sotto una appiccicosa pioggerellina, pensando che non c’è un angolo, non c’è uno scorcio in cui io non sia passata con lui, o un locale che non sia stato lui stesso a farmi scoprire. Come camminerò per Torino d’ora in poi, con la consapevolezza che la città andrà avanti, e lui no?

Ho perso il funerale di F, a causa di impegni di salute del padre. Ho perso l’abbraccio collettivo, il saluto e la consapevolezza della perdita che questi riti rappresentano, ma ho partecipato, un mese e mezzo dopo, all’allestimento di una mostra di suoi quadri, e l’angoscia non si era ancora calmata, la mancanza è forte oggi come quella sera di luglio.

Non parlo volentieri sul blog delle mie vicende private, ma un piccolo omaggio ad F ci vuole, per le occasioni perse negli ultimi anni, dove il tempo mancava, per le cose non dette, ma che spero lui sapesse lo stesso, e per Marilia, che continua eroica il suo viaggio e che porta la sua eredità: vorrei sapesse come ammiro il modo con cui affronta la perdita, forse glielo dirò, presto.

Per tutti, un’opera tra quelle esposte alla mostra, la mia preferita.

gufo

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