One Nation Under God

Di Kevin Kreuse

La retorica Americana della nazione cristiana, il motto “in God We Trust” stampato sulla cartamoneta, la recitazione corale della Pldge of Alliegiance, sono cose che gli stessi Americani danno per scontate come facente parte della narrativa della fondazione degli Stati Uniti. Ma solo di questo si tratta, di narrativa. Perché infatti, argomenta questo interessantissimo libro, l’identificazione come “popolo favorito dal Signore” è non solo molto recente, ma soprattutto molto lontana dalle intenzioni dei padri fondatori.

Nasce, argomenta Kreuse, come reazione al New Deal di Roosevelt, che aveva l’appoggio di molte delle chiese cristiane dell’epoca. E quindi i magnati american (nomi che si ritrovano ancora oggi: Pew, Hilton, Marriott, Disney)i si danno da fare a reclutare predicatori che sostengano la causa dell’individualismo e del capitale contro quella del collettivismo e dello stato sociale.

Hanno mezzi economici, e ne fanno buon uso: nel giro di un decennio, arrivano alla politica, con il presidente Eisenhower e le sue “colazioni preghiera”, che diventano presto una necessità per chiunque conti a Washington.

Dobbiamo aspettare Nixon, per vedere la politica usare la religione e non solo esserne usata, ma nel frattempo questa nuova devozione estremista si spinge nelle scuole, dove veramente c’è modo di fare nuove reclute, e seguiamo una battaglia per emendare la costituzione a favore della preghiera obbligatoria che dura due decenni, e il racconto di Kreuse è mozzafiato. Non basterà la corte suprema, a fermare questa crociata, ci vorranno, paradossalmente, altri prelati di visione contraria.

L’industria cinematografica e le aziende pubblicitarie avranno anche loro una parte, quella della formazione del mito e della vendita del “marchio”, che porterà alla Moral Majority di stampo reganiano, e alla rinascita cristiana dell’ultimo (per ora) Bush.

Quando il sipario si alza, restano le megachiese del sud, e predicatori estremisti come Jerry Falwell, che ancora oggi hanno clout e influenza nei palazzi del governo.

Come risultato, a tutt’oggi nessun presidente si sogna di escludere il creatore dai propri discorsi, nemmeno di menzionarlo in modo implicito. Patriottismo e devozione vanno spesso a braccetto, e tutti conosciamo le conseguenze sull’insegnamento delle scienze in certe scuole pubbliche e la negazione continua, contro ogni logica, delle variazioni climatiche nel mondo, o il modo in cui la politica estera si riduce spesso ad un “noi contro di loro”, scontro di culture.

Gli Stati Uniti non sono un monolite, e passo le mie giornate a ripeterlo, ma questo libro è importante per capire almeno in parte le dinamiche politiche e culturali che lo animano.

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2 thoughts on “One Nation Under God

  1. Molto interessante. Sono convinto che questo sia un portato dello scetticismo, o meglio ancora, della diffidenza statunitense nei confronti dell’illuminismo inglese e francese, che prendeva piede quando gli Stati Uniti si formavano contro l’istituzione statale inglese e, in un certo senso, anche francese. Il pensiero illuminista, nella sua branca atea, non è sostanzialmente mai arrivato negli USA, mentre quello di stampo deista o teista, sì. Alla fine del Settecento, per gli americani, tutto quello che veniva dall’Europa era da prendere con le pinze, in particolare se veniva da Londra e Parigi. La rivalutazione della cultura europea avviene in un secondo momento, salta in buona parte la lezione illuminista e individua nel “vecchio continente” un punto di studio del passato antico, più che una fonte di cultura utile per il presente e il futuro.

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