Si fa presto a dire Philly

Un treno Amtrak da fuori sembra una pallottola argentata, di quel moderno anni ’50 che ancora oggi da una sensazione di tecnologico e futuristico. In più ha mezz’ora di ritardo su due ore di viaggio. Si socializza con gli astanti.

Dentro sembra una diligenza anni ’50 si, ma del secolo precedente, con sedili un po” scomodi (ma ad onor del vero eravamo nel vagone ristorante) e il rumore dell’attrito sui binari che sale fino in gola. Ma il wi-fi gratuito è una scheggia e il panorama sulla propaggini della baia, (o forse è il Sasqueanna) mozza il fiato, con gli alberi arrugginiti d’autunno e l’acqua scura e apparentemente immobile.

Washington, Dc; Baltimora

Poi il Delaware improvvisamente: è pallido, sterminato e industriale, attraversato da ponti di ferro.

Wilmington; Philadelphia.

Sono 20 minuti di vociare e bei negozi su Market Street fino all’albergo in cui l’ufficio dell’Ivy League si è dimenticato di prenotarci la notte extra. E l’hotel è pieno. Quindi abbandoniamo le valigie e usciamo per la città, lasciando UPenn a sbrogliare la matassa, mentre con poca sicurezza e passo da zuccheri bassi ci dirigiamo verso il Reading Terminal Market.

Philadelphia è la città più europea degli USA, a cominciare dal nome, che suona uguale in Italiano. Il mercato è una versione rileccatina del Lexington Market di Baltimora, ma per fortuna non ha niente dei pretenziosissimi mercati Washingtoniani.

Ci sendiamo ad un bancone di un diner di ispirazione bayou, con davanti piatti di Gumbo e Jambalaya, discutendo delle affinità tra le comunità italiane di Philly e New Orleans.

Quando il riso dai risvolti affumicati finisce, siamo più tranquilli e meno affamati, e abbiamo un posto dove dormire in un nuovo raffinato Hotel a due isolati dal primo.

Tra poco si esce alla scoperta del Campus, e domani seguiranno foto e altri commenti. Ora forse finisco il corn bread che il CdV ha salvato nel diner.

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