Veterans day e case per tutti

Oggi è Veterans Day, da queste parti, in cui la retorica della celebrazione dei “nostri ragazzi” si mescola con la convinzione che la guerra è inevitabile e comunque la si fa per buoni motivi.

Intanto i nostri ragazzi – e anche quelli che ragazzi più non sono, qui i veterani della Seconda Guerra Mondiale sono agli sgoccioli, ma per fortuna ci sono riserve di Corea, Vietnam, Guerra Fredda, scaramucce  intermendie come Panama o Libano, due guerre del Golfo e questa lunga eterna battaglia contro il male islamico che non ha fine né specifico teatro – quando tornato a casa sono pressoché abbandonati a se stessi.

Per esempio, secondo la National Coahlition for Homeless Veterans il 12% della popolazione adulta senza fissa dimora è composta da veterani.

Ma questo ci porta al ragionamento che facevo, tra me e me, in questi ultimi giorni, anzi diciamo pure anni. Ci sono senza casa più meritevoli di altri?

Già dai primissimi giorni dopo il trasloco a Washington DC, rimasi abbastanza sconvolta dalla quantità e visibilità di persone senza tetto presenti in città. Nel giro di qualche mese mi sconvolse maggiormente, facendo volontariato per una non profit in città, scoprire che molta gente non sembra senza fissa dimora ed invece lo è, anche se a volte per brevi periodi.

Evidentemente non sono l’unica ad essere colpita da questo problema che negli USA è tremendamente più evidente che in Europa.

Negli anni si sono moltiplicate le iniziative per cercare di limitare il numero di persone senza casa, e di cercare di mettere in evidenza che questo non è un problema che riguarda solo un gruppo di uomini con problemi di abuso di droga o alcool.

Tra gli homeless si trovano famiglie con bambini proveniente da una precaria working class, o a volte anche middle class, persone con problemi psichici, veterani, come abbiamo visto, giovani, vecchi, di tutto di più.

Siccome il cuore puritano del paese batte sempre appena sotto la superficie, le case assegnate dai governi locali, quando c’erano, venivano distribuite con parsimonia e molti limiti.

Per avere una casa, gli alcolisti dovevano frequentare le riunioni dei 12 passi, i drogati dovevano disintossicarsi, i malati dovevano farsi curare. I veterani, uno direbbe che arrivano già con un credito invece a quanto pare no. Gli altri, quelli solo un pò sfortunati, non è chiaro che cosa dovessero fare, ma di certo qualcosa.

Finché a qualcuno non è venuta un’idea: se vogliamo che una persona possa seguire una routine, che sia una cura, una disintossicazione, o la ricerca metodica di un lavoro, viene fuori che avrà risultati estremamente migliori se ha anche una casa dove tornare la sera e da dove organizzare tutte queste attività. Senza contare che una fossa dimora consente a tutti i vari operatori sociali coinvolti nell’aiuto di trovare e trovare molto più facilemente il soggetto/utente.

Naturalmente il concetto non è nuovo. Nelle zone più evolute degli States ed in Canada se ne parla dagli anni ’90, come si parla della necessità di affiancare tutti i servizi del caso alla concessione di un’abitazione. In altre parole, l’idea ancora straordinariamente rivoluzionaria che la società debba farsi carico dei più deboli tra noi, e non penalizzarli.

Per questo sono rimasta un pò stupita quando, da qualche settimana a questa parte sono incammata in diversi media – radio, internet e giornali – che mi proponevano il programma di Housing First come una novità assoluta nel combattere la carenza cronica di dimora.

Ma non importa, ciò che conta è che si faccia. A New Orleans, l’attivista che ha iniziato il programma di riecente diceva di aver realizzato la necessità di questa procedura quando a sua volta è rimasta senza casa in seguit all’uragano Katrina. Atti semplici come inviare fax con la richiesta di risarcimento o contattare la propria banca erano diventati imprese ciclopiche, senza avereun’abitazione da cui organizzare il ritorno alla normalità.

Come sempre quando mi coglie l’esasperazione verso i miei simili, mi chiedo se quello che ci manca non sia semplicemente empatia, la normale capacità di identificarci con gli altri, anche quando sono diversi da noi.

Ed in questo paese, che spesso è meno cinico di quanto non siamo noi, è ancora più scioccante vedere la totale indifferenza nei confronti dei poveri, o nella fattispecie dei senza tetto, o per tornare al discorso iniziale, dei “nostri ragazzi”, una volta che hanno assolto il loro ruolo da carne da macello.

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