Give us the Ballot

by Ari Berman

Quando si parla del Voting Rights Act, una legge del 1965 che proibisce discriminazione nelle pratiche di voto, lo si presenta come il grande successo delle lotte per i diritti civili, e la soluzione ai problemi di discriminazione nelle urne.

Nel primo caso è vero ( vi consiglio il film vincitore del premio Oscar dell’altranno, Selma, per avere un’idea di che cosa parlo, se non l’avete già visto) nel secondo… molto meno.

Gli americani sono maestri nei modi di manipolare i voti, da quelli moralmente discutibili ma legalmente leciti, come messaggi equivoci dei candidati, a quelli assolutamente che in teoria dovrebbero essere fuori legge ma in realtà non lo sono, perché così funziona la giustizia locale.

Un esempio: il Voting Rights Act è una legge federale, pertanto dovrebbe superare le leggi locali dei singoli stati. I suddetti stati ugualmente varano leggi locali contrarie al Voting Rights Act e ci vogliono anni perché gli attivisti per i diritti civili riescano a mettere insieme una causa, che viene portata davanti ad una corte federale. La corte federale annulla la legge dello stato perché anticostituzionale. A questo punto gli avvocati dello stato portano la causa davanti alla Corte Suprema. Come dice nel bel libro di Berman uno dei testimoni: ci vogliono centinaia di voti in parlamento per far passare una legge. Alla Corte Suprema basta convincere 5 giudici.

Give us the Ballot è un’agghiacciante resoconto di come il diritto di voto alle minoranze viene prima vinto e poi perso negli stati del sud e non solo, grazie ad atti di ingegneria politica quale gerrymandering e single district vote.

Un esempio sono le leggi che richiedono ai votanti di presentarsi con un documento di identità. A noi sembra scontato, ma in America la patente è spesso il documento di identità. Chi non ha un’auto, non ha una patente, e fatica a raggiungere gli uffici fuori mano che le rilasciano (o il documento sostitutivo).

Gente nata sotto Jim Crow, la legge di segregazione razziale che diede come reazione origine al movimento per i diritti civili, non ha nemmeno un certificato di nascita, perché all’epoca gli afro americani non potevano nascere negli ospedali. Indovinate cosa si richiede, al momento del voto?

Ma quello che l’autore mostra, ed è la cosa più spaventosa di tutte, è una volontà politica ben precisa, da parte del partito Repubblicano, di tenere fuori i votanti dalle urne, o almeno una certa categoria di votanti: minoranze, giovani, anziani, quelli che con più probabilità voterebbero Democratico.

Un’altro aspetto interessante che il libro mostra è come il CRA non si limita ad agevolare i votanti, ma anche e soprattutto mira a fare in modo che questi riescano ad eleggere un candidato che li rappresenti il più possibile.

Ancora oggi, gli afro americani in posizioni politiche di rilievo sono pochi, e appare evidente, leggendo Give us the Ballot, che una gran parte politica desideri che la situazione rimanga com’è, nascondendosi dietro motivazioni giuridiche quali gli States Rights, ma in realtà mirando a mantenere il potere nelle mani di una elite, possibilmente di maschi bianchi.

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