Parigi o la Nigeria?

Dopo l’ondata di profonda commozione (shock, paura, rabbia, sostituite con il vocabolo che fa al caso vostro), al seguito degli attentati parigini, inevitabile sui social media è arrivata la reazione. Se 130 morti in Francia di scovolgono, che vogliamo fare della 50ina del Libano? O dei numeri decisamente più impressionanti della Nigeria in Aprile? In fondo la causa pare essere la stessa, sono forse i morti di Parigi più rilevanti.
Un giorno o due, ed ecco la reazione alla reazione; scrive tra gli altri Massimo Gramellini: ma è inevitabile che i morti che ci sono più prossimi, geograficamente e culturalmente, ci colpiscano di più. Tutti siamo stati a Parigi, tutti usciamo la sera del venerdì per rilassarci della settimana. Non sol oquesti morti ci somigliano, ma ci ricordano che siamo a rischio tutti quanti. Memento mori ed empatia per i nostri vicini.
Son riuscita a tacere, e specialmente sui social media, riguardo a queste conversazioni, ma avendo letto questo articolo mi riesce molto difficile.
Gramellini ha ragione, noi europei (o nord americani) questi morti francesi li sentiamo affini e ci spaventa l’intervento della violenza in vite altrimenti pacifiche. Ma questa non è la spiegazione. Questa è la reiterazione del fatto.
Quanto al motivo per cui dovremmo sentire più vicina la vita di di un ventenne francese che passa la serata ad un concerto rispetto a quella di una massaia nigeriana che fa la spesa al mercato, non è dato sapere. O se sia giusto che sia così, se magari non siamo privi di empatia, incapaci di identificarci con qualcuno se non è l’esatto specchio di noi stessi (ma poi lo è? Quante volte ci siamo sentiti lontani dalle scelte francesi, la loro passione per la laicità, la loro rigidità nel preservare la lingua, la nonchalance con cui crescono i figli, senza nemmeno far loro indossare una canottiera?), o se dei molti che hanno visitato Parigi, tutti siano stati a Belleville.
Quindi, signori miei, queste sono tutte allegre scuse. Basta vedere la quantità di post su Facebook riguardante il cane poliziotto ucciso a Saint-Denis. Assolutamente spiegabile con le nostre affinità con mondo canino, molto superiori a quelle della vita quotidiana a Beirut.
La verità è che ci beviamo tutto quello che i mezzi di informazione ci somministrano, e specialmente se mediato dai social network. E va bene. Ma quando qualcuno ci fa notare che altri attentati ci sono stati, e hanno fatto altri morti altrove, invece di andare a metterci di corsa sulla difensiva dovremmo chiederci: ah, e come mi èsfuggito? Cosa posso fare per essere più informato su parti del mondo un pò fuori dal nostro radar. Forse leggiamo i giornali sbagliati? Forse dovremmo andare anche oltre pagina 3? E se poi ci ritroviamo indifferenti, al pensiero delle morti nigeriane, non dovremmo preoccuparci per la nostra mancanza di sensibilità, andare da un terapista se per caso non siamo borderline sociopatici? O quanto meno fare un’analisi di coscienza per misurare il nostro livello di razzismo/xenofobia subliminale?
Un esempio tratto dalle cronache americane: quando in caso di sparatoria per strada le persone coinvolte sono bianche, il giornale ci informa di nome, età, numero di figli e professione, e se ci scappa il morto, di solito segue intervista ai vicini di casa che ci informano che si trattava di persona tanto per bene. Le statistiche mostrano che in caso di coinvolgimento di minoranze sia la vittima che l’aggressore sono identificate con iniziali ed età, senza contensto alcuno per le loro vite. Come se fossero statistiche, non persone toccate da una tragedia.
Ed è questo che dobbiamo chiederci: consideriamo tutte le vittime di attentato statistiche, tranne quelle europee? O è solo perché i giornali ci bombardano di dettagli sulle seconde e glissano allegramente sulle prime? Se è così, come possiamo cambiare? O come possiamo cambaire le nostre fonti di informazione? Non è peccato cercare di migliorare la nostra conoscenza del mondo o le nostre capacità emotive.
Solo un pensiero.
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2 thoughts on “Parigi o la Nigeria?

  1. Nonostante trovi le analisi di Gramellini di una pochezza irritante penso che stavolta abbia colpito nel segno: se ti ammazzano qualcuno dove vivi ti colpisce di più. E’ normale e umano che sia così. Non è umanamente possibile avere la stessa reazione per le tragedie che avvengono tutti i giorni, nessuno escluso, in giro per il mondo (tanto più se avvengono in realtà a noi lontane), e non è nemmeno auspicabile: finiresti ai matti nel giro di un niente o saresti un santo, il che magari spesso mi sa che coincide con il primo caso.
    Per dirla tutta la mia reazione questa volta è stata minore rispetto ai fatti di Charlie Hebdo sempre a Parigi. Di orrore, ma non di sconcerto e tantomeno di panico. Lì avevano colpito un mondo, fumettisti, che mi è particolarmente vicino, che mai avrei creduto potessero essere oggetto di episodi del genere. E’ dopo quello che ho pensato che nessuno potesse essere al riparo. Stavolta siamo, purtroppo, quasi alla normalità in un atto terroristico (parlo per assurdo, eh, niente giustificazioni): colpire a casaccio scegliendo simboli mirati.
    Riguardo alle notizie queste arrivano, pure dai social, ma non le vediamo per i motivi di cui sopra, e dall’informazione mainstream è scontato che arrivino filtrate e indirizzate (davvero si può credere a un TG1 o a un Corsera o a una Repubblica? non penso proprio).
    Quindi, per rispondere alle tue domande, sì, tranne quelle europee il resto -purtroppo – è statistica; è anche perchè i giornali fanno quello che fanno; per trovare altre fonti basta volerlo: trovi tutto a portata di click: migliorerà la nostra conoscenza del mondo (per le capacità emotive puoi solo imparare vivendole: non c’è altro metodo).
    Ciao, salutami il CdV.

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