Identità nazionale e retorica dell’appartenenza

L’identità nazionale è un condetto astratto, ma molto sentito in ogni parte del mondo. Passiamo il tempo a dividerci tra “noi” e “loro”, e naturalmente il primo passo è identificare l’ altro, in modo da definire sè stessi.

Negli Stati Uniti l’omologazione è una spinta forte, ma avendo persone arrivate nel pase in tempi diversi, da posti diversi, e per motivi diversi (e in alcuni casi con coercizione), define un’identità nazionale unica in cui tutti possano identificarsi è impresa impossibile. La bandiera a stelle e striscie non è abbastanza larga per coprire tutte le differenze sotto un unico pezzo di stoffa.

Comunque in linea generale l’Americanizzazione avviene a spese dell’immigrato, soprattutto se l’immigrato è riconoscibile per tratti fisici, e poi naturalmente c’è la questione degli Afro Americani.

Per anni gli Americani con la A maiuscola sono stati i bianchi protestanti, ovvero in generale le persone con origini aglossassoni, e ancora oggi si celebra nelle scuole e con i bambini la favola dei padri pellegrini e del ringraziamento (alle porte) ai nativi americani per l’ospitalità offerta. Sappiamo tutti come è andata a finire.

Per chi arriva dall’esterno la confusione è totale. Mi devo identificare con i membri dell’NRA? O con i giovani hipsters che sembrano aver inventato il gusto di sedersi a tavola? O magari con gli italo americani, conservatori allo spasimo, e attaccati ad un’idea di Italia che non mi appartiene e tutto sommato nemmeno quella di America?

Quando – se mai – diventerò americana anch’io? Sarà sufficiente la cittadinanza?

Secondo diverse statistiche, le reazioni dei nuovi venuti sono agli opposti: qualcuno lotta per integrarsi, altri resistono con tutte le loro forze. E spesso non è nemmeno un problema anagrafico.

Oggi ho sentito l’intervista ad una professoressa di Socioligia di Howard University, riguardo allo smantellamento in Cina della legge sui  figli unici.

L’intervistata – nata in Cina- ai suoi tempi fu data in adozione perché secondogenita, ed è quindi cresciuta negli USA mentre il fratello, rimasto in Cina, è stato cresciuto come cinese. L’intervistatrice chiede quali valori la donna apprezzi delle due culture, e la risposta è molto americana. Per gli USA apprezza le possibilità, le opportunità, per la Cina i valori familiari. Alla domanda se si ritiene più Americana o più cinese la nostra risponde “entrambi, posso scegliere”.

Ed è questo l’atteggiamento, di sicuro, della nuova generazione di americani: ognuno si sceglie la propria eredità culturale, non è nemmeno necessario un passaporto.

Un’ottima idea, onestamente. Visto che sono tutte sovrastrutture, ognuno faccia quel che gli pare. Oggi mi sento irlandese, domani taiwanese, e siete invitati a negarlo.

Ma il discorso sulle opportunità, quello mi fa pensare che la nostra sociologa sia in fondo profondamente americana. Perché in questo consiste la vera identità nazionale (e non solo quella degli Stati Uniti, che pure ne hanno fatto una professione): un pò di sana, vecchia, confortevole retorica.

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