The New Jim Crow

Di Michelle Alexander

Negli Stati Uniti, secondo statistiche del 2010, più persone di colore sono incarcerate, in percentuale sulla popolazione, che nel Sud Africa dell’Arpatheid.

E sono incarcerate, nella stragrande maggioranza dei casi, per reati legati al possesso o al piccolo spaccio di droga. E non importa che sia il consumo che lo spaccio siano diffuso in modo simile attraverso le diverse etnie. I bianchi vengono arrestati meno, perché vengono fermati meno.

La War on drugs ha riversato milioni di dollari sui distretti di polizia, purché venissero usati per sistematicamente controllare la popolazione, che può essere fermata sulla base di “un’intuizione”. Una violazione del codice della strada come non mettere la freccia per cambiare corsia può portare ad un arresto per droga.

Per una perquisizione è sufficiente il “consenso” del fermato. La maggior parte delle persone nemmeno arriva al processo, perché le pene sono così severe che conviene pattegggiare persino se si è innocenti. La regola dei tre “strike”, che porta al raddoppiamento della pena al terzo reato, può essere applicata anche all’interno dello stesso arresto. I beni del sospettato sono spesso sottoposti a sequestro anche se non direttamente coivolti nel reato, e talvolta anche quelli dei familiari – una moglie che presta l’auto al marito pur sapendo che quest’ultimo fa uso di droghe all’interno del veicolo può perdere l’auto.

La Corte Suprema ha respinto sistematicamente qualunque ricorso per discriminazione razziale, che oramai può essere provata solo se chi la pratica lo ammette apertamente.

Michelle Alexander insegna alla Georgetown School of Law, e il suo argomento è che questa incarcerazione di massa delle minoranza visibili non è altro che un nuovo sistema di caste, solo difficile da smantellare, ancora più che nell’originario sistema separatista Jim Crow, perché non sono le uniche vittime di questo folle sistema punitivo che è la Criminal Justice americana.

Il libro non fa una grinza nelle argomentazioni, e non so se è più spaventoso il capitolo in cui si descrive la creazione della War on Drugs, iniziata dal governo Reagan, potenziata da quello Clinton, e attiva ai giorni nostri, o quello in cui la nuova america colorblind, ovvero che sceglie di ignorare l’esistenza della racializzazione e per questo si sente meno razzista, rende pressoché impossibile combattere il sistema.

In fondo non ci sono solo neri, in carcere, no? Quindi chiaramente, non è segregazione.

Il vero problema in realtà per chi ha precedenti penali inizia quando dal carcere si esce. Gli ex detenuti sono privati di diritti civili come il voto, faticano a trovare un’abitazione, ed è quasi impossibile trovare lavoro. Il controllo dello stato sull’individuo continua pressoché in eterno, e non importa se la condanna era per possesso di marijuana.

Il libro è imperdibile, a mio parere, e non importa se pensate che la tesi dell’autrice si spinga troppo in la’ (io non lo penso). Le statistiche da sole, e l’analisi di come si sia arrivati a questo punto, ovvero questo bisogno che la politica sembra avere di continuamente individuare un nemico per manovrare le masse, lo rendono una lettura essenziale per capire questo paese.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...