The Myth of the Muslim Tyde

di Doug Saunders

Saunders è uno scrittore e giornalista che si occupa del mondo islamico e vive – al momento della pubblicazione del libro – a Londra, in un quartiere multietnico.

Il titolo del libro, che non mi pare sia stato tradotto in Italiano, suona “il mito dell’invasione Musulmana” e dovrebbe essere lettura obbligatoria per almeno una manciata dei miei contatti Facebook.

E’ un libro snello, di circa 200 pagine, che si legge velocemente a meno di non fare come me e passarre ossessivamente al setaccio tutte le note a pie’ di pagina.

Ovviamente, il testo è intuibile dal titolo. Siamo tutti preoccupati da questo scontro tra culture che sembra profilarsi all’orizzonte: le persone di fede islamica che vivono entro i confini dell’Europa o degli Stati Uniti, hanno chiaramente intenzione di imporre la loro visione del mondo ed i propri valori su tutti noi, e lo faranno utilizzando qualunque mezzo, come l’11 settembre e gli attentati di Parigi.

Beh, no, questo non è il contenuto del libro. Il libro anzi si dedica con dedizione a smantellare questa idea preconcetta ed anche un poco paranoica.

Nella prima parte, analizza la creazione del mito sopracitato, per mano tra gli altri di alcuni attivissimi e fantasioni personaggi, tra cui la nostra Oriana Fallaci e Gisele Littman (in arte Bat ye’or), coniatrice del meraviglioso termine Eurabia.

Le paure instillate da queste persone vanno dalla fanta politica alla demografia, e Saunders si dedica a smantellare ciascuan di queste idee.

No, gli Islamici non saranno la maggiranza della popolazione entro il 2030, non fanno più figli di altre fasce di immigrazione, e nemmeno nei paesi arabi ci si riproduce tipo conigli, visto l’aumento costante di uso di anticoncezionali.

Non c’è bisogno di estremizzarci a nostra volta in opposizione ai loro valori: l’occidente laico e basato sul welfare non è più debole di paesi altamente cattolici e senza uno stato sociale.

Ancora più importante, gli islamici nella maggior parte dei casi non si vedono come islamici, ma rimandano la propria identità al paese d’origine, proprio come farebbero italiani e irlandesi, prima di identificarsi in un unico grande gurppo di cattolici.

Infatti, sostiene Saunders, siamo stati noi occidentali ad inventare la definizione di “islamici” come gruppo etnico. Come d’altra parte si era già fatto nel passato con la seconda grande ondata di emigranti negli Stati Uniti, dove i cattolici, che tendevano a votare tutti nello stesso modo, venivano visti come portatori di un’agenda politica eversiva, e più di recente gli irlandesi nel Regno Unito.

Anche molto interessante il capitolo sulla radicalizzazione politica in opposizione a quella religiosa. Basandosi fortemente sugli scritti di Olivier Roy, Saunders ci fa notare come i terroristi abbiano una conoscenza delle pratiche islamiche molto superficiale e spesso errata.

“L’ortodossia religiosa risponde ad una necessità di trovare una identità in tempi difficili. La radicalizzazione politica nasce come risposta ad una ingiustizia. La prima può portare ostacoli alla coesione sociale se gli individui si ritrovano in un ghetto culturale ed economico. La seconda può portare a minacce alla sicurezza se gli individui – in verità pochissimi – proseguono verso  un cammino di estremismo e un numero estemamente marginale arriva a ricorrere alla violenza” (traduzione mia).

Per finire, da notare l’analisi sul modello multiculturale delle società, che secondo l’autore è stato un fallimento ovunque tranne che in Canada (che però nasce come nazione di immigranti), in quanto i nuovi arrivati si sentono ulteriormente marginalizzati, e vengono portati a mantenere pratiche tradizionali che altrimenti  sarebbero ben  contenti di abbandonare. Non sono interamente convinta, ma è un punto che mi piacerebbe approfondire.

 

 

 

 

 

 

 

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