Homeland Security e lo stato di polizia

Mentre Obama si commuove in diretta TV, il dipartimento di Homeland Security (che potremmo definire sicurezza interna) sta effettuando una serie di incursioni, molto spesso senza ordine delle corti di giustizia, a cui il suddetto dipartimento non ritiene di dover sottostare, nelle case di famiglie immigrate senza permesso di soggiorno, allo scopo di deportarne i vari membri. In particolare mirano a famiglie composte da madri e figli, a quanto pare.

In America uno non è tenuto, in teoria, ad aprire la porta ai poliziotti se non hanno un documento del tribunale. Ma queste sono persone che vivono già nella paura, e i poliziotti spesso dichiarano di cercare persone estranee alla famiglia, e riescono ad introdursi con mezzi meno che leciti.

Molti di questi migranti provengono da zone del Centro America che sono in perenne stato di guerriglia, e ivi saranno rimandati. Negli stati del sud degli USA molto spesso le famiglie sono separate durante il raid e i bambini reimpatriati separatamente dai genitori.

Le organizzazioni per i diritti civili consigliano di non aprire la porta, non firmare alcun documento, chiamare appena possibile un avvocato.

Jeh Johnson, in direttore di Homeland security, ha dichiarato già a Dicembre che, a causa di un aumento dell’immigrazione clandestina dal centro america a partire dal 2014, questa sarebbe stata la priorità del suo dipartimento a partire da quest’anno.

Una reazione contraria a questa policy viene non solo, come c’è da aspettarsi, da parte delle organizzazioni per i diritti civili e per i diritti dei migranti, ma anche dai prossimi candidati alla presidenza: O’Malley e Sanders hanno chiaramente criticato l’amministrazione Obama per questa scelta, mentre Clinton ha rilasciato un comunicato generico ma non di completo supporto.

Ci sono tuttavia molte città dove questa disposizione federale non viene messa in pratica: vengono definite città santuario. Esistono dal 1996, quando fu varata la riforma sull’immigrazione, che richiede alle amministrazioni locali di collaborare con il governo federale nell’attuazione di tale legge.

Già allora molte amministrazioni locali vararono regolamenti che limitavano la possibilità di collaborazione tra amministrazione centrale e locale. Un esempio è il Maine, in cui immigrati senza documenti possono anche ottenere la patente di guida, che poi può essere usata anche negli altri stati USA.

Anche Washington DC, che ospita il dipartimento di Homeland Security, è una di queste città.

Ma non sono solo gli stati Democratici ad attuare questo tipo di regolamenti. In Utah, controllato dai Repubblicani, dal 2011 una legge permette ai migranti senza documenti di lavorare.

San Francisco ha addirittura un outreach program che pubblicizza il proprio stato di città santuario.

Le motivazioni per questa reazione sono varie, a partire dalla necessità di corteggiare l’elettorato latino, fino alla reale necessità economica di mantenere questa forza lavoro spesso sottocosto.

I critici di queste policies si concentrano tuttavia sulla possibilità che migranti dediti a pratiche criminali ne approfittino, mettendo a richio la popolazione locale.

E’ interessante vedere come l’amministrazione Obama, da una parte dedita al rimpatrio di migranti, dall’altra non sembri interessata a combattere queste pratiche, al punto che Jeh Johnson ha dichiarato che è impossibile opporvisi, e l’amministrazione si è opposta a provvedimenti contro le città santuario da parte del congresso.

Come sempre questa tensione tra stati e governo federale è complessa ed ha radici profonde, in qualche modo è l’anima stessa degli USA. Nel frattempo molte persone vivono nella paura e famiglie intere vengono separate e rispedite in zone di guerra.

 

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