A little life

di Hanya Yanagihara

SPOILER. NO, SUL SERIO, SPOILER.

 

Oddio, non so che dire. Davvero, sono senza parole. Sono un 700 pagine di flusso di coscienza barra romanzo dickensiano barra fanfiction, ma le ho bevute in una sorsata (lunga tre giorni).

Mi vergogno persino un po’ per come mi è piaciuto questo romanzo, che razionalmente non è poi granché. Non sono l’unica per fortuna, anzi, sono in ottima compagnia, visto che il libro è stato finalista per il Man Booker Prize.

È la storia di quattro giovani neolaureati che cercano fortuna a New York. La troveranno, almeno professionalmente parlando. Sono molto diversi tra loro, per back ground, razza, ambizioni e carattere. Sono molto amici. Si accompagneranno, tra alti e bassi, per tutta la vita.

Uno di questi quattro, in particolare, Julius, è il fulcro del gruppo. È anche quello più misterioso, con un passato oscuro di cui non parla, e qui l’autrice ci guida, centellinandoli, attraverso la montagna di abusi subita dal Julius bambino, che si rifletteranno inevitabilmente sulle dinamiche degli amici adulti.

Ma sul serio però, quanta sfiga può averci uno in una vita? Per questo dico fanfiction, sembra uno di quegli slash a base di AU in un mondo in cui esiste la schiavitù. (Si vabbé ho letto merda di ogni genere nella vita).

In tutto questo il nostro soffre, ma internalizzando, sicché invece di diventare un serial killer si limita a farsi male, arriva a tentare il suicidio, e non c’è lieto fine, no no, Yanagihara è sadica così e poi altrimenti forse niente Man Booker Prize.  Quello, e il fatto che ci sia diversity tra i personaggi a livello razziale e di preferenze sessuali (ma non troppa, sono tutti uomini, tranne una donna a cui non viene mai atteibuito un dialogo diretto. Un mondo solo di uomini, per forza poi finisce male).

Inoltre bisogna dire che l’autrice si è fatta un culo così a costruire l’universo lungo 30 anni dei nostri eroi (fanfiction, di nuovo). E’ pieno di personaggi minori che vengono citati solo per nome, ma compaiono e ricompaiono per darci un senso di una vita piena, molto newyorchese.

Oh, che debbo dirvi, mi sono divertita un casino a leggerlo, ma bello proprio no.

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