Exiles: The Wars

di Barbara Cupisti

Il film, un documentario, viaggia per tre diversi campi profughi in giro per il mondo tra Kenya, Siria e Giordania.

I tre campi profughi ritratti sono molto diversi tra loro, in un crescendo di modernità, fino a quello che ospita profughi palestinesi che hanno lasciato la propria patria a partire dal 1948.

Sulla carta il film sembrerebbe molto interessante: come funzionano questi campi, che ne è delle persone che vengono accolte, quando non trovano altra destinazione che il campo, di chi è la responsabilità, perché i profughi palestinesi nn possono tornare a casa? Purtroppo nessuna di queste domande trova risposta durante il film. Anzi, diciamo pure che le domande non vengono nemmeno fatte.

La scelta di muoversi per campi così diversi non viene spiegata e tutto il film è un campo lungo sulla tundra africana, alternato a primi piani di bambini con grandi occhioni, alternai ancora a sguardi nostalgici rivolti alla costa palestinese.

Se non sono contraria come principio ad un po’ di sano piglia budella (tutto quel che serve a smuovere le coscienze), vorrei comunque una dose di giornalismo investigativo a condimento dei miei documentari. Sono uscita dalla sala dell’Ambasciata Italiana, dove il film è stato proiettato, con la netta sensazione che essere profughi di guerra sia proprio una cosa brutta, a cui non aspirare. Senza offesa per la signora Cupisti, ma potevo anche arrivarci da sola. Anzi, vi sorprenderà, c’ero proprio arrivata. Infatti sono andata a vedere il documentario nella speranza di avere qualche informazione nuova e, se non delle risposte, almeno qualche domanda ben posta.

A onor del vero, io e la mia amica non ci siamo fermate per il Q&A (la regista era in sala), ma ho il sospetto che non avremmo risolto molto.

In tutti i casi, il documentario pare abbia vinto il Nastro d’argento, o forse il David di Donatello, ora non ricordo. Inoltre fa parte di una trilogia. Per dire.

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