Reparation

La tratta degli schiavi durata più di 200 anni è la ferita aperta su cui gli Stati Uniti cercano di bilanciarsi tipo acrobati sul filo. Le conseguenze per la società sono enormi, mai risolte e causa continua di nuove diseguaglianze, nuovi conflitti.

Ieri il New York Times ha chiamato in causa una delle università più prestigiose del paese, Georgetown University, istituzione gesuita con forte dendenza alla giustizia sociale.

Ma nel 1838, questa università ha potuto continuare la propria “missione” grazie alla vendita di 272 schiavi. Il profitto di questa transazione ha conseguenza visibili oggi, se si cammina per il suo opulentissimo campus.

Sia chiaro che Georgetown non è la prima, né l’unica, dei grandi templi dell’accademia americana, ad avere radici profonde nel commercio globale più vergognoso della storia.

E in questi ultimi anni sono molte le università che stanno facendo piccoli passi per riconoscere questo scempio, spesso spinte dalle proteste interne dei propri studenti, siano benedetti i giovani ed il loro idealismo.

In particolare Georgetown (dice l’articolo) ha messo in piedi grazie anche ad un ex studente, un comitato per rintracciare i discendenti di queste 272 persone, e cercare di capire come fare ammenda.

Il discorso sulla reparations, il risarcimento, ai discendenti degli schiavi è annoso e meriterà forse post a parte, ma la dice bene una delle discendenti rintracciate: forse si può cominciare ad offrire borse di studio a persone penalizzate da una così grave ferita nella storia familiare.

E’ un passo, ma  a me resta il dubbio: e quegli altri, quelli che non si possono rintracciare? E gli schiavi non venduti di cui non si conservano i nomi? E se nonostante tutto il discendente ha avuto successo nella vita? Non merita comunque un risarcimento?

Il vero risarcimento per i discendenti della diaspora africana, come per le migliaia di migranti da tutto il mondo che sono stati sfruttati fino all’osso nel nome del paese delle opportunità, sarebbe quello di creare, oggi, una società più equa e più giusta, grazie ad un piano politico che includa tutti e offra a ciascuno secondo le proprie possibilità.

Il riconoscimento ai singoli, quello è altrettanto importante, ma è lavoro per gli storici.

 

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