Bella Ciao

di Carlo Pestelli

Certe canzoni sono libere, e non si lasciano inquadrare facilmente da nessuna fazione politica.

Certe canzoni viaggiano attraverso il mondo e si fanno tradurre in decine di lingue, da decine di popoli, vengono adottate dalle istituzioni e quando le istituzioni le rifiutano, rispuntano dispettose sulle bocche del popolo, magari ai funerali di un politico molto amato, mettendo in imbarazzo i mezzi busti sul palco delle autorità.

Certe canzoni sfuggono a chi ne reclama l’origine, e si lasciano possedere de tutti e da nessuno. Possono essere cantate con voce stentorea da popolana, o con ritmo ska da gruppi politicamente impegnati, o da cantanti in cerca di emozione.

Una di queste canzoni, LA canzone per eccellenza, è Bella Ciao.

Pestelli ne analizza la storia tra risaia e ribelli di montagna, le varie versioni che hanno attraversato il tempo e la geografia, e il tentativo di appropriazione o di rigetto da parte di diverse fazioni politiche.

Fermo resta l’anelito alla libertà della canzone, la gioiosa esplosione del ritornello, la commovente immagine del ribelle – o della donna lavortrice o innamorata – sepolta sotto un bel fiore.

Chi di voi non si è commosso all’esplosione di resistenza all’invasor di Bella Ciao alzi la mano. Chiunque fosse l’invasore. O l’oppressore.

 

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