Autunno

Come sempre l’autunno per me è il momento dei propositi e così rieccomi al blog, abbandonato durante l’estate e – ok – una buona parte di primavera.

Avevo motivi, credetemi, in generale troppo personali per queste pagine.

Ma il principale per gli ultimi mesi è che il CdV ed io siamo in trasferta: questo semestre lo passeremo a Fiesole, in una casetta mignon con grossa terrazza vista Valle del Mugnone, privi di distrazioni feline e su territorio che più italico di così si muore.

Il primo mese di questa semi-vacanza (è così che ci sentiamo) è già passato ed è stato oltremisura piacevole e rilassante.

Abbiamo viaggiato in giro per l’Italia delle nostre relazioni, manca ancora la tappa romana che avverrà propabilmente in Ottobre, adesso per esempio vi scrivo da Torino, quartier generale di famiglia, dove stiamo trascorrendo un week end di stravizi, compensato da una minimaratona domani.

Per chi mi chiede “cosa fai a Firenze tutto il giorno”, mi tratterrò dal guardarli come pazzi, e invece cercherò di darvi una finestra sulla nostra vita di bi-migranti di lusso. Ho già munizioni pronte per il blog, e sono determinata a mantenere l’impegno.

Ma in fondo, non lo sono sempre? Si può dire che io sia incostante, preferisco pensare di avere molti stimoli intellettuali!

Comunque spero di farcela, almeno per Ottobre.

 

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Mostre – Le nature morte nell’arte americana

Mentre ero a Philadelphia ne ho approfittato per visitare il museo delle arti, quello famoso per la scalinata, che in realtà è uno dei più importanti complessi museali negli USA, con una collezione invidiabile e molto variegata.

In ogni caso c’era una mostra, Still Life in American Art from Audubon to Warhol. Il manifesto, con dei coloratissimi pappagallini era molto attraente e l’idea tentava, così sono andata.

Audubon era un naturalista ed ornitologo, autore del famosissimo trattato sugli uccelli americani (che sarebbe uno di quei libri per cui vale la pena svenarsi). I pappagallini del Sud Carolina era il primo quadro della mostra, affiancato dagli esemplari imbalsamati che Audubon usò per l’illustrazione (questi esemplari sono ormai estinti).

La mostra viene accompagnata da interessanti commenti, video e il commento all’audioguida che è incluso nel prezzo.

Nel ‘700 e ‘800 degli USA le nature morte hanno subito l’evoluzione da oggetti di intimità casalinga a dipinti volti a suscitare lo stupore del pubblico. Una sala è dedicata all’intera famiglia Peale, e la loro frutta perfetta che era l’ultimo grido all’epoca.

Poi cominciano ad arrivare dipinti più sensuali e sorprendenti, come quello qui sotto.

Image for Fishbowl Fantasy

Straordinaria la storia del dipinto di William Michael Harnett, La Caccia, che, una volta esposto in un pub, suscitò la meraviglia del pubblico per la sua verosimiglianza, al punto che la gente saltava il bancone per toccarlo.

After the Hunt - William M. Harnett

Negli anni 60 del novecento, la natura morta ha completato la sua trasformazione. Inutile ricopiare le immagini, dato che la fotografia può farlo meglio. Warhol usa elementi di tutti i giorni per le sue natire morte, come le scatole di detersivo presenti alla mostra, fotografando la società dei consumi.

La mostra è molto interessante, la consiglio se siete dalle parti di Philadelphia, oltretutto e benissimo curata e il catalogo fa venire l’acquolina in bocca.

Le strade di Filadelfia /3

Venerdi mattina

The Italian Market, sulla nona strada, dimostra la nostra abilità nazionale di dare carattere ai luoghi anche con poco. Prendi una via commerciale con negozi singoli, aggiungi una tettoia di palstica ondulata e qualche telone colorato, esponi all’esterno le merci, sotto la suddetta tettoia, et voilat un mercato italiano. Siccome ci sono stata sul presto, non ho potuto apprezzarlo al suo meglio, c’era poca gente e i negozi stavano aprendo. Però si capisce perché abbia resistito alle ondate di migrazione che vanno e vengono, è un buon posto per fare spese, è colorato, probabilmente relativamente rumoroso, si compra bene e si compra tutto. E’ una Little Italy con ancora un sapore autentico, e le facce dei negozianti, a parte quelli asiatici o latini, sono ancora – o forse di nuovo – quelle di connazionali.

La parte Sud di Philadelphia, tradizionalmente abitata dalle ondate di immigrazione, va gentrificandosi ma con maggiore lentezza che altrove. Accanto ai Café e  Bistrot, resistono librerie usate in spazi immensi e malandati, negozi dai nomi improbabili com l’Irish Market, e, rispetto a Washington, colpisce la mancanza di corner liquor store anche nelle zone più malandate. Questa zona si sveglia più tardi che il centro, e molti dei negozi sono ancora chiuse verso le 10.30, tranne i caffé e i supermercati.

Così mi dirigo lentamente verso la città storica e i monumenti alla rivoluzione americana. Philadelphia è la culla del primo governo, c’è la Liberty Bell, un museo della Costituzione, la celebrazione è forte ma interessante, come sempre abbondano le scolaresche, e siccome la giornata è grigia ma calda, anche gli occasionali turisti. Sono assenti, in maniera lampante, i turisti stranieri.

Venerdì Pomeriggio

Il giro finale lo faccio a Chinatown, che sono due strade ma sembrano di più, l’immancabile arco, negozi di giargiattole e ristoranti a poco prezzo, ad un passo da downtown così i ristoranti sono comunque pieni di business people in pausa pranzo e al tavolo accanto al mio, un gruppo di amiche che mi pare stesse facendo un book club.

Per il resto della giornata giro in posti già visti, di nuovo la biblioteca (è più forte di me), librerie e negozi, il Fabric Art Museum, incontro una manifestazione sindacale al Convention Center e mi siedo infine a leggere, visto che è uscito il sole, sulle panchine affollate di Rittenhouse Square. Sono le 5 e la gente si riversa sui dehor, e io penso, potrei vivere, qui.

Le strade di Filadelfia /2

Giovedì Mattina

Ci vuole una mezz’oretta per raggiungere il Philadelphia Museum of Arts, ed è una passeggiata in un vialone che parte dalla piazza su cui si affacciano vari altri musi, tra cui quello di scienze naturali, e la meravigliosa Main Branch della Free Library of Philadelphia, la biblioteca pubblica.

L’eredità di Ben Franklin ed il suo amore per la carta stampata sono forti in città, librerie, biblioteche, archivi e collezioni abbondano e sono di facile accesso.

Logan Square, la piazza monumentale su cui si affaccia, è un cantiere, ma alla fine riesco ad accedervi, ed è – come spesso sono per me le biblioteche americane, un paradiso in terra.

Smette di piovere comunque, e riparto su Ben Franklin Parkway, puntellata di musei e centri culturali, fino alla famosa scalinata del Museum of Art.

C’è una mostra, di cui penso parlerò a parte, ed una collezione variegata ed interessante. Bambini seduti in circolo imparano l’art appreciation a comiciare da età tenerissime, signore in pensione si aggirano per le sale come all’ora del te’, studenti d’arte copiano opere seduti a terra o su trespoli. Il museo è pieno, un giovedì mattina.

Giovedì pomeriggio

Il CdV ha la su talk alle 2 e quindi mi avvio verso il campus costeggiando il Shuykill River Trail, con tanto di percorso didattico sull’evoluzione del parco, da zona industriale a …. zona post industriale con parco. Sarebbe delizioso, se non fosse per le autostrade che mi passano sopra la testa. Incontro orde di joggers, alcune comitive di turisti in bici o segway, coppiette sulle panchine.

Il campus di Upenn ha un centro da università ottocentesca, e poi si apre a raggio in un city campus. È sterminato e ha begli edifici un po’ gotici, il classico bookstore che vende gadget ma anche una bella libreria con robe usate e non, appena dietro l’angolo.

Per arrivare si attraversa il ponte di Walnut Street con una vista sui binari e sulle strutture sportive dell’università. La sala dove il CdV fa il suo discorso è un auditorium con pareti mobili di vetro al centro della Rare Books Collection di una fantasmagorica biblioteca. C’è anche uno Steinway. Un cartello mi informa che è un dono della classe del 1978. Penso solo che quella del 1923 ha donato lo stadio da hockey. Braccine corte, ’78?

Giovedi sera

Un altro BYOB, it’s a thing.

Ho scelto un ristorante Thai perché l’ho visto passando, ai margini della città figa ma ancora un pò sotto tono. La free press locale (non manco mai di pescare qualunque pezzo di carta mi si offra dai distributori per strada), mi informa che è uno dei migliori in città.

È buono infatti, se un po’ rumoroso, e poi la passeggiata per le strade all’imbrunire è piacevole, sia all’andata che al ritorno. Non mi sento i piedi.

Si fa presto a dire Philly

Un treno Amtrak da fuori sembra una pallottola argentata, di quel moderno anni ’50 che ancora oggi da una sensazione di tecnologico e futuristico. In più ha mezz’ora di ritardo su due ore di viaggio. Si socializza con gli astanti.

Dentro sembra una diligenza anni ’50 si, ma del secolo precedente, con sedili un po” scomodi (ma ad onor del vero eravamo nel vagone ristorante) e il rumore dell’attrito sui binari che sale fino in gola. Ma il wi-fi gratuito è una scheggia e il panorama sulla propaggini della baia, (o forse è il Sasqueanna) mozza il fiato, con gli alberi arrugginiti d’autunno e l’acqua scura e apparentemente immobile.

Washington, Dc; Baltimora

Poi il Delaware improvvisamente: è pallido, sterminato e industriale, attraversato da ponti di ferro.

Wilmington; Philadelphia.

Sono 20 minuti di vociare e bei negozi su Market Street fino all’albergo in cui l’ufficio dell’Ivy League si è dimenticato di prenotarci la notte extra. E l’hotel è pieno. Quindi abbandoniamo le valigie e usciamo per la città, lasciando UPenn a sbrogliare la matassa, mentre con poca sicurezza e passo da zuccheri bassi ci dirigiamo verso il Reading Terminal Market.

Philadelphia è la città più europea degli USA, a cominciare dal nome, che suona uguale in Italiano. Il mercato è una versione rileccatina del Lexington Market di Baltimora, ma per fortuna non ha niente dei pretenziosissimi mercati Washingtoniani.

Ci sendiamo ad un bancone di un diner di ispirazione bayou, con davanti piatti di Gumbo e Jambalaya, discutendo delle affinità tra le comunità italiane di Philly e New Orleans.

Quando il riso dai risvolti affumicati finisce, siamo più tranquilli e meno affamati, e abbiamo un posto dove dormire in un nuovo raffinato Hotel a due isolati dal primo.

Tra poco si esce alla scoperta del Campus, e domani seguiranno foto e altri commenti. Ora forse finisco il corn bread che il CdV ha salvato nel diner.

Philly trip

Siamo in partenza per Philadelphia, domattina tardi con un comodo treno. Il CdV è stato invitato ad una conferenza e io ne approfitto per fare la turista semi-solitaria, quella che va di museo in museo, e che mangia da sola al banco bar del ristorante con un libro in mano.

Cercherò di fare foto e caricarle, e magari aggiornare il blog, a seconda delle capacità del wi-fi (ma ho molta fiducia nell’Università della Pennsylvania, mica sarà un’Ivy League per nulla).

Ho una lista di posti, negozi, librerie, biblioteche, e forse tre giorni non basteranno.

Al ritorno faremo una breve sosta a Baltimora a trovare amici.

Per ora, che mettersi stasera per una puntata su U street tra sole ragazze? Ah, jeans e sneakers andranno benissimo 🙂