A day without immigrants

Oggi la città (il paese?) è attraversata da uno strambo sciopero. I lavoratori migranti non si presenteranno nei posti di lavoro, e a quanto pare la cosa riguarderà prevalentemente il settore ristorazione.

Dico strambo perché molti proprietari di ristoranti hanno chiuso i locali in solidarietà con i dipendenti e quelli che tengono aperto hanno comunque dato la loro benedizione alla giornata di assenza, in alcuni casi addirittura promettendo la spartizione delle mance in absentia.

Qui si dibatte se andare a dare supporto a chi rimane aperto o se a nostra volta disertare i locali.

Mi mette profondamente a disagio uno “sciopero” che viene preso con cotanto entusiasmo dal “padrone”, anche se chiaramente in questo caso l’obiettovo è farsi notare dai politici, in relazione alle politiche sull’immigrazione.

Questa gente non sciopera per avere aumenti sullo stipendio minimo, ma poi non si presenta per dare un segnale vago al governo. Mah!

In ogni caso, vedremo come va la partecipazione. Per ora la mia amica insegnante riporta una grande assenza di studenti ispanici, i cui genitori lavorano tutti nella ristorazione.

 

Brevemente

Questa mattina facendo colazione ho scoperto che:

Michael Flyn  ha dato le dimissioni a causa dei suoi legami con la Russia

Il Metropolitan Museum ha messo online 335.000 (se non sbaglio) immagini tratte dalla sua collezione (evvai, Lunedì Arte ad libitum)

Adele ha fatto un meraviglioso discorso di accettazione del Grammy Award, denunciando il razzismo sottile della giuria.

Mi sento meglio, sono pronta ad uscire.

 

La retorica al Superbowl

Domenica sera c’è stato il Super Bowl, che come probabilemte sapete è L’EVENTO televisivo americano, dove una percentuale spaventosa della popolazione di raduna davanti alla tv, di solito in gruppi, e guarda una partita di football americano interrotta ogni 30 secondi circa da spot pubblicitari in prima visione e inusitatamente lunghi.

Le squadre erano i New England Patriots (squadra per cui tiene Donald Trump) e gli Atlanta Falcons, che hanno perso all’ultimo game dopo un inizio di partita sfolgorante.

Inevitabilmente, in una città ed in un periodo così politicamente carico, si teneva tutti per i Falcons, persino io che non ci capisco niente ed ho un interesse per il football vicino a quello che ho per la vita sociale dei muschi e licheni.

Gli spot, quello è un altro discorso.

Due in particolare hanno fatto discutere.

Quello dell’ 84 Lumber, un’impresa che si occupa di costruzioni in legno, segue il viaggio di una madre ed una figlia in fuga da un generico centro America, alla volta dell’America del sogno.

Si trovano però davanti un muro e per un momento si scoraggiano. Ma sul muro c’è una porta, che si apre al loro passaggio, e il generico messaggio è: le porte dell’America (e per estensione, di 84 Lumber) sono sempre aperte per chi lavora duro e ha passione.

Questo spot ha destato enorme scalpore, per il semplice fatto che il muro viene presentato come opera terminata e capace di filtrare chi è qui per lavorare duramente da chi viene qui con cattive intenzioni.

Budweiser, la birra per intenderci, ha anche presentato uno spot che invece ha offeso profondamente i sostenitori di Trump, sempre con migranti che inseguono il successo a dispetto delle difficoltà come sfondo. In questo caso, si presume, il fondatore del birrificio, emigrante dalla Germania.

 

Certo, l’accoglienza all’arrivo è molto meno idealizzata, abbiamo persino un personaggio di colore che attraversa lo schermo per un secondo, ma alla fine il messaggio è identico.

In questa terra, chi lavoro duro e ci mette testa e cuore, raggiungerà il successo.

Ma no, non è così, non è così per moltissime persone, ed è profondamente irritante vedere questa retorica venire continuamente rigurgitata sulla testa degli americani, come dei nuovi arrivati.

Molta gente lavora duro e poi viene inghiottita dai debiti contratti per essersi dovuta curare.

Molti hanno un salario minimo che non copre le spese di vita di una famiglia di 4 persone.

Molti lavorano 14 ore al giorno e poi devono pregare di non essere fermati dalla polizia perché hanno un fanalino rotto e poi rimpatriati nei luoghi da cui sono fuggiti.

Molti, proprio in questi giorni, hanno atteso tre anni per un visto e poi si sono visti rimettere sul prossimo aereo da un decreto insensato, crudele ed anche parecchio stupido.

Non vorrei ripetermi: this is not the land of the free.

E se per qualcuno, tra cui noi, l’america offre opportunità notevoli, credetemi se vi dico che in molti ne pagano il prezzo, un prezzo certamente spropositato.

No, l’America non è l’unico paese crudele con i poveri e i nuovi arrivati. Ma certamente è quello a cui più piace crogiolarsi in queste favole di moralità che paga, di duro lavoro che consente avanzamenti sociali ed economici.

Ed è irritante, o com’è irritante.

I am not your Negro

di Raoul Peck

Questo film esce in un momento particolare della storia Americana. Questo film sarebbe potuto uscire in qualsiasi altro momento e la sua importanza sarebbe stata ugualmente forte.

Quello che importa ancora di più, sono la prosa e la presenza di James Baldwin, intellettuale americano che tutti dovremmo leggere ed interiorizzare. Non solo gli americani.

Baldwin è sdoppiato nel film: da una parte la sua prosa, importante, raffinata, chiara, rilevante in ogni momento, recitata, letta dalla voce penetrante di Samuel L. Jackson. Dall’altra la sua presenza fisica, nei filmati di repertorio e nelle interviste tv, nelle lezioni universitarie. Un oratore splendido ma anche una persona direttamente coinvolta, di reazione veloce ma mai eccessiva, eppure sempre puntuale.

In una delle ultime scene Baldwin reagisce ad un commento tra il qualunquista e razzista di un professorone di Harvard, e il pubblico il sala esulta, perché è la vittoria retorica di chi ha ragione contro quella di chi ha gli strumenti per averla.

Dice Baldwin: the history of African Americans is American History. And it isn’t pretty.

Non, non lo è. La storia lo è di rado, questa storia si riflette ancora sul nostro presente, e non è gentile, non è consolatoria.

Dice Rolling Stone che questo film trasforma Baldwin in un profeta. Tramite immagini giustapposte di Selma e Ferguson, Bob Kennedy e Barack Obama, e la retorica pulita e visionaria dello scrittore. Il problema è se mai che non si è imparato nulla che non si è risolto nulla, e che la violenza è reale, non metaforica, sui corpi degli afro americani.

Un excursus sugli eroi dei diritti civili, Martin Luther King Jr., Malcolm X, Medgar Evers, ognuno con un diverso approccio, ognuno ugualmente assassinato, fanno pensare che l’acqua, sotto i ponti passi invano, e che forse ha ragione Baldwin, la paura fa 90 in questo paese incapace di guardarsi dentro.

This is not the land of the free. This is occasionally, and reluctantly, the home of the brave.