Michelangelo: io sono fuoco

di Costantino d’Orazio.

Disclaimer: ho letto questo libro per un Book Club. Siccome è la prima volta che partecipo ad un Book Club questo post è una prova generale per domani. Sarò quindi un pò meno tranchant del solito 🙂

Allora questa è una finta autobiografia di Michelangelo. Non so dire perché l’autore, che è un noto critico d’arte italiano, ha sentito il bisogno di fingersi Michelangelo e parlare in prima persona. Io come lettrice avrei di gran lunga preferito un saggio classico, con la voce fuori campo del critico e le sue opinioni e spiegazioni.

Perché la “voce” di Michelangelo suona falsa (forse perché lo è) ed il suo punto di vista sembra leggermente ridicolo. Per quanto meraviglioso sarebbe conoscere il mondo in cui Michelangelo avrebbe raccontato la propria vita, non abbiamo modo di saperlo, quindi amen.

Presumo che D’Orazio abbia utilizzato fonti ragionevoli, e non solo una sfrenata fantasia, per dare voce al suo Michelangelo, che suona un pò ispirato ed un pò affannato, preso tra beghe familiari e committenti capricciosi e pieni di pretese.

Purtroppo ho letto il libro in una improbabile edizioni epub, da cui mancavano – se ci sono nell’originale – le fonti utilizzate.

Una cosa è certa, a favore di questo libro: mi ha lasciata con la voglia di arte e di saperne di più sulla vita, corroborata da fonti, del Buonarroti.

 

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Girl, girl, girl

Da noi è stato tradotto come “L’amore bugiardo” (oibò), e quindi ci siamo persi l’inizio del grande fenomeno dei libri che hanno la parola “girl” nel titolo. Prima ancora, c’era The girl with a dragon tattoo.

Non sono stati probabilmente proabilmente i primi, ma Gone Girl di Gillian Flynn ha dato il via ad una identificazione del tipo libro scritto da una donna che si venda = girl nel titolo.

Girl on the train ha confermato la percezione, e da allora siamo invasi.

Il sito Fivethirtyeight si diverte un pò con le statistiche di questo trend.

Pensate un po’: gli autori donne si beccano più spesso la parola Girl nel titolo ( a volte contro voglia)

Le girl descritte nel libro sono più probabilmente donne adulte.

La protagonista non fa quasi mai una brutta fine.

Ci sarebbe molto da dire sull’uso del termine ragazza al posto di quello donna, ma non è questo quel post.

Queste intanto, le statistiche delle vendite dei libri “girls” nel titolo, negli ultimi anni.

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(da 538)

 

Un bene al mondo

di Andrea Bajani

Un bambino, un villaggio, un dolore dalla forma canina, che segue il bimbo e gli tiene compagnia. Una scrittura affabulatoria e sapientemente vaga.

Ce n’è abbastanza per fare un best seller di questo rmanzo di Bajani. E anche più che a sufficienza per darmi gentilemente sui nervi.

Siccome si legge bene, l’ho finito d’un fiato, ma più che altro per togliermelo da davanti agli occhi, per passare a letture più consistenti, meno permeate di metafore smorfiose.

L’autore vuole dirci che crescere è difficile, che i dolori vanno coltivati ma non eccessivamente, che la crescita e il dolore sono… che sono esattamente? Non si sa con certezza, ma qualcosa, senz’altro.

L’autore lo sa, allude pesantemente nelle ultime pagine del libro, e poche cose mi infastidiscono più di un autore alludente che fa capolino dalle pagine del suo romanzo.

Il che spiace, perché altri libri di Bajani mi sono piaciuti. Ma insomma.

Bellissima, però, la copertina del libro.

 

 

 

Nobody’s Fool

di Richard Russo

Un libro del 1994, al quale sono approdata perché l’anno scorso è uscito il suo seguito. L’autore mi è sembrato simpaticissimo, nell’intervista su NPR, e non posso tollerare di non leggere i libri in ordine di uscita.

Quindi grazie alla preziosa biblioteca pubblica in remoto, mi sono tuffata nel mondo di Sully, che sarebbe il prototipo del macho americano working class, che piace alle donne ma è allergico agli impegni di ogni tipo, se non fosse per il suo meraviglioso senso dell’umorismo e profondo affetto per i suoi concittadini, che si rivela nelle forme meno probabili.

I personaggi e i dialoghi sono il forte di questo libro: le interazioni tra Sully e Miss Beryl, anziana insegnante in pensione, sua padrona di casa e forse madre putativa sono impagabili, come anche quelli tra Miss Beryl ed il suo defunto – e parecchio testone – marito, e tra Sully e le varie, meravigliosamente scritte, donne che lo circondano.

La vita di una cittadina dello stato di New York, con un’economia a catafascio e poche prospettive sta sullo sfondo, e se a tratti può sembrare un quadretto idealizzato di main street e brava gente che si barcamena, Russo ci consente volentieri uno sguardo dietro la tenda, dove violenza, povertà, incertezza del futuro e investitori senza scrupoli  sono spesso causa dei mali dei personaggi, anche quando questi tendono ad attribuire le proprie disgrazie a limiti personali. (E non è questa una meravigliosa sintesi del pensiero americano?)

Naturalmente, qualcosa deve cambiare, per mettere in moto gli eventi: il figlio di Sully – professore universitario in disgrazia -torna in città, portando con se il nipotino, e Sully dovrà, suo malgrado, adattare la propria vita ai nuovi eventi.

C’è pure un film con Paul Newman, da qualche parte, se il genere libro/film fa per voi. Leggo che sia un buon risultato di trasposizione.

 

Letto in inglese, su Kindle, prestito della DCPL

Bella Ciao

di Carlo Pestelli

Certe canzoni sono libere, e non si lasciano inquadrare facilmente da nessuna fazione politica.

Certe canzoni viaggiano attraverso il mondo e si fanno tradurre in decine di lingue, da decine di popoli, vengono adottate dalle istituzioni e quando le istituzioni le rifiutano, rispuntano dispettose sulle bocche del popolo, magari ai funerali di un politico molto amato, mettendo in imbarazzo i mezzi busti sul palco delle autorità.

Certe canzoni sfuggono a chi ne reclama l’origine, e si lasciano possedere de tutti e da nessuno. Possono essere cantate con voce stentorea da popolana, o con ritmo ska da gruppi politicamente impegnati, o da cantanti in cerca di emozione.

Una di queste canzoni, LA canzone per eccellenza, è Bella Ciao.

Pestelli ne analizza la storia tra risaia e ribelli di montagna, le varie versioni che hanno attraversato il tempo e la geografia, e il tentativo di appropriazione o di rigetto da parte di diverse fazioni politiche.

Fermo resta l’anelito alla libertà della canzone, la gioiosa esplosione del ritornello, la commovente immagine del ribelle – o della donna lavortrice o innamorata – sepolta sotto un bel fiore.

Chi di voi non si è commosso all’esplosione di resistenza all’invasor di Bella Ciao alzi la mano. Chiunque fosse l’invasore. O l’oppressore.

 

Oracoli che sbagliano

Carla Benedetti e Maurizio Bettini

Il sottotitolo dice “un dialogo sugli antichi e sui moderni. Modi di agire e di pensare che hanno ancora un valore oggi.”

Questo libro è un saggio aggraziato, sotto forma di chiacchierata informale tra una contemporaneista e un latinista. Invece di mettere i due mondi a confronto, i due discutono di possibili punti in comune tra i due mondi. La cosa più interessante che viene fuori dal libro sono quegli aspetti della cultura classica che non ti insegnavano a scuola, ai suoi tempi, e che sarebbero invece molto utili perché tutto sommato paragonabili, almeno in parte, a certe sensibilità moderne, o forse coì diversi che sarebbero utili per comprenderci.

E’ un libro affascinante che parla di cose affascinanti, la forma in dialogo permette scivolate e voli pindarici che sono il mio pane: come ci si trova a parlare di complottismo e Pasolini? Come la psicanalisi – che tanto utilizza formati classici – si distacca dal modo di vedere il sé (fluido, in divenire) che caratterizzava gli antichi greci? Come siamo arrivati all’intolleranza religiosa partendo da un mondo politeista che integrava senza tante storie le divinità altrui?

E così via. Ho letto questo libro all’inizio dell’estate, in un momento in cui cercavo di capire me stessa dopo un momento di difficoltà personale. Mi ha reso felice, per alcuni pomeriggi caldi e pigri, frugare nel passato e cercare di capire il presente fuori da me.

 

L’attentato

di Yasmina Khadra (Sellerio)

Un libro del 2005, edito in italia nel 2006 e inevitabilmente riproposto in giorni cali per gli attentatiti di matrice islamica, L’attentato è scritto da un uomo con preudonimo femminile, ancora più interessamte , da un ex militare.

In un bar di Tel Aviv una bomba esplode e porta con se’ una scolaresca: il dottor Amin jaafari, arabo, chirurgo in carriera, è sconvolto ma lavora alacremente in sala operatoria, finché non gli arriva la notizia che l’attentatrice è sua moglie.

Sconvolto sia dal gesto che dalla propria cecità di fronte a quel che gli stava accadendo in casa, parte per Gerusalemme, dove la moglie aveva passato i giorni prima dell’attentato a casa di famigliari, per cercare di capire le motivazioni del gesto.

Inevitabilmente, la sua percezione dell’ingiustizia e del mondo dell’estremismo islamico è diversa da quella dei popoli arabi della Palestina, da cui egli pur proviene.

La lettura è interessante, visiti i tempi, e capace persino di equilibrio, su un tema che è sottile e pericoloso come un filo tra due montagne.