Tour d’Italie 2017

Avviso ai naviganti: date del grand tour di quest’estate, ormai praticamente definite.

1-10 Agosto: Torino

10-18 Agosto: Spinetoli

18-24 Agosto: Reggio di Calabria (come insiste a dire il sito di Trenitalia)

24-28 Agosto: Roma

29 Agosto – 7 settembre: Sardegna (località precise da definire, consigli molto benvenuti)

 

Sapete dove trovarmi.

 

Solitudine

Si impara a gestire i lutti: servono diversi lutti. Si impara che la cosa peggiore non è sempre l’assenza della persona amata, ma il senso di colpa (avrò fatto abbastanza? Avrò fatto troppo?), il senso di mortalità riflesso su noi stessi (siamo mortali anche noi, tendiamo a dimenticarlo), la paura di un fitto in solitudine, ecc.

Nel caso della morte di un animale domestico, il senso di colpa accelera a mille, perché lui non parla, e noi siamo lasciati ad interpretare segnali ovvi solo grazie al senno del poi (faticava a saltare, dormiva più del solito).

Nel nostro ultimo caso, eravamo lontani e abbiamo preso decisioni basandoci parzialmente sull’opinione di chi era sul posto, e parzialmente sul desiderio di non esagerare.

Ho perso un gatto bellissimo, affettuosissimo e ancora pieno di vita. Avrei dovuto farlo portare immediatamente dal veterinario. Sarei forse dovuta correre a casa un giorno prima. Come farò con il gatto rimasto, a lasciarlo in mano ad altri per i prossimi mesi?

Come farò quando, inevitabilmente, perderò anche lui.

Il vantaggio rispetto al perdere una persona cara (a parte l’ovvia differenza tra persone ed animali), è che mi sento libera di piangerlo e di flagellarmi un poco. Anche se solo su queste pagine, il pudore del lutto è rimosso, e rivoglio il mio gatto rosso che mi dorme sullo stomaco subito, adesso. Il mondo è ingiusto, e la vita fa un pelino schifo.

Ecco.

 

Pesi forma

Ho perso qualche chilo, nell’ultimo anno e mezzo. Niente di fuori dall’ordinario, ma certamente si vede. E’ stata al 70% una decisione consapevole, al 30% una conseguenza della mancanza di appetito che certi problemi personali possono provocare.

In generale comunque, mi sono messa a dieta e ho aumentato l’attività fisica. Che, per qualunque persona senza particolari problemi di salute, è l’unico metodo sicuro per dimagrire. Ecco.

Ciò detto, mi fa piacere quando la gente lo nota (anche se ormai sta diventando abbastanza ripetitivo, ho il peso corrente da circa 18 mesi, smettete tutti di stupirvi dopo un po’, no?) ma anche sono estremamente ambivalente su certi tipi di complimenti.

Uno “stai benissimo” può andare. Un “finalmente” molto meno.

Perché ho perso 8 chili, non 80. E anche se ne avessi persi 80: finalmente che? Finalmente mi merito la vostra attenzione? Finalmente il mio aspetto mi fa notare subito prima del mio cervello? Finalmente sono entrata nel loop shopping-peso forma – più shopping?

Naturalmente quello che realmente mi infastidisce è il fatto che sono realmente entrata nel loop. Che mi piace essere magra, e mi piacciono i vestiti che cadono giusti, e anche se i miei esami del sangue sono splendenti, non è certo quella la causa primaria del mio evitare di strafogarmi di focaccia, o rompermi le palle in palestra, o prendere una bici invece del comodo metrò.

Vorrei essere superiore a questo tipo di lusinga. Ma la verità è che non lo sono, eppure non riesco a fare a meno di darmi fastidio da sola. Mi do fastidio quando gongolo ai complimenti, e mi do fastidio quando gli stessi complimenti mi irritano.

Tutta questa ambivalenza mi fa venire fame. Ve lo dico!

Poi ci sono quelli che si preoccupano per il dimagrimento eccessivo, o per l’ossessione (da loro percepita) per quello che si mangia. Ma se si vuol star magri bisogna guardare quello che si mangia, e ordinare un tonno alla griglia al posto della carbonara non è un motivo per farmi una dissezione del piatto. Io non guardo il vostro babà, se voi mi fate finire il quinoa in pace.

E no, non sono diventata vegetariana, né ho escluso alcun tipo di alimento dalla mia dieta (infatti, mangio – con meno frequenza – frattaglie, vegetali dal nome strano, pesci con la testa, cibi etnici,insomma scommettiamo che la mia dieta è comunque più varia della vostra?), e si, certo che preferirei l’amatriciana. Ma se vuoi continuare a complimentarmi per la linea, devi piantarla di preoccuparti che io sia anoressica.

Infine per chi vuole consigli su come dimagrire: ripeto, il buon senso se dovete perdere dai 5 ai 10 chili dovrebbe essere sufficiente. Ma nessuno vi impedisce di rivolgervi ad un dietologo. Io limito grassi, carboidrati e proteine vegetali. Limito è la parola chiave.

Se volete mangiare della verdura, non friggetela.  La pasta col sugo rosso è buonissima, dimezzate, se non potete proprio eliminarlo, quel benedetto panetto di burro.

Al latte magro ci si abitua.

Col tempo diventa più facile. Stasera cena con amici, orecchiette e crostata di mele.

Perché c’e un limite anche alle rinunce. Ed alla pazienza.

Italia, stiamo per arrivare, siete avvisati. Eh si, parlavo proprio con voi 🙂

 

 

 

 

Oh say, can’t you seeeeeeee

E così ce l’abbiamo fatta. Manca solo la formalità di una cerimonia ufficiale e la concretezza di un certificato di nazionalità. Ieri è arrivata la lettera di invito al giuramento, e il caso ha voluto che sia lo stesso giorno di un’amica, anche lei di Torino, così non saremo soli ed entrare ufficialmente nel paese una volta per tutte.

La chiamano naturalizzazione. Non so bene perché. Per noi è un passaporto in più, la comodità di muoversi avanti e indietro senza troppa burocrazia, la soddisfazione ( o forse la continua frustrazione) di votare dove già paghiamo le tasse, e ad un certo punto il servire in una giuria, attività che manda gli americani di corsa nella direzione opposta, ma della quale sono curiosa per qualche motivo.

Delle cento domande del test di cittadinanza, un numero imbarazzante richiede “freedom” come risposta. Gli amici americani a cui lo dico roteano gli occhi e scuotono la testa. Poi si offrono di venire a fare il tifo alla cerimonia. Ma alla cerimonia non c’è molto posto, ognuno può portare una persona, e poi è alle otto del mattino e come ho detto sono amici miei, non gli farei mai uno sgarbo del genere.

Invece magari andremo a farci una colazione o un brunch come si deve a Capitol Hill, all’ombra del grande edificio bianco e di una delle biblioteche più fighe del mondo, e poi strisceremo verso casa sotto la canicola e aspetteremo con ansia i nuovi passaporti, che il volo è prenotato e dovremmo farcela a prenderlo, anche se per il rotto della cuffia.

E adesso all’improvviso mi dispiace lasciare Washington per così tanti mesi. E’ stato un anno strano ma bello, intenso, pieno di amici e libri e arte e una quantità di soul searching che è decisamente fuori dai miei limiti auto imposti, e ho preso decisioni importanti per il mio futuro o comunque ho gettato le basi per prenderle, e la mia vita è cambiata, molto, e incredibilmente è cambiata in meglio. Non l’avrei detto, un anno fa.

Il tutto mentre compilavo moduli, e attendevo con impazienza l’arrivo del postino, in attesa del prossimo avviso, del prossimo appuntamento, del prossimo documento.

Adesso non mi sento più americana di ieri. Ma a dirla tutta, nemmeno più italiana.

 

Università e accesso alla società

Ascoltando vecchi podcasts, mi sono imbattuta in una storia che riguarda un’università americana nascosta nello stato di New York. Mi ha colpito perché, ai suoi tempi, il CdV aveva fatto un colloquio per quella università.

Nel 2014 (ma non c’è motivo di credere che la situazione si sia risolta) la tensione razziale era forte, in questa università prevalentemente formata da studenti bianchi e benestanti. Il Podcast intervistava una giovane studentessa di origine ispanica e cresciuta a Brooklyn (NYC), che – resasi conto della scarsa abitudine a persone di estrazione non Wasp da parte degli studenti – ha fondato un’associazione per agevolare i nuovi iscritti appartenenti alle minoranze.

Questo gesto ha scatenato un’ondata di violenza verbale, soprattutto su Internet, in cui molti studenti anonimamente insultavano i nuovi arrivati, con commenti profondamente razzisti.

La rostia e le interviste le trovate su Reply All, un podcast di Gimlet Media, e vale assolutamente la pena, in caso alcuni si chiedano ancora come sia stato possibile eleggere Trump.

Contestualmente, ricevo molta posta in questi giorni dalla mia ex università, quella pubblica, la cenerentola del Distretto di Columbia. Abbiamo un nuovo presidente che è molto lanciato nel Fund Raising e e nella comunicazione, e mi pare stia facendo un buon lavoro.

Se a qualcuno fosse sfuggito, UDC non è esattamente in cima alle classifiche delle università più prestigiose.

Eppure io ho avuto ottimi insegnanti, compagni di classe di varie estrazioni sociali e razziali, un ambiente estremamente familiare e un’attenzione ai singoli studenti che solo un’università cosciente dei problemi sociali che accoglie può avere.

Il trucco è che UDC non effettua praticamente alcuna selezione all’ingresso. Ora questo naturalmente non la rende per niente simile ad Harvard. Ma la rende un posto reale, in una città reale, e non una torre d’avorio nel mezzo dei boschi. E soprattutto le consente di creare uno specchio di una società che è come quella che io vorrei, anche se certamente non perfetta.

Oggi che anche le università italiane si contraddistinguono per test di ammissione e numeri chiusi, vorrei che considerasse tutti le conseguenze che a lungo termine una politica del genere può portare.

 

Uscir di casa, mai più

Abbiamo cominciato con Postmaster, che ci portò famosamente a casa una pizza tenendo la scatola in verticale, con il risultato che tutto il formaggio era colato sul cartone. Poi anche Uber è entrato nel mondo delle consegne a domicilio, andando persino a prendere la spesa al supermercato al posto tuo.

Ora leggo che volendo si può avere qulcuno che ti porta la biancheria a lavare (il che è strano, perché se una cosa non manca in città sono le lavanderie, noi ne abbiamo tre a meno di 500 metri, e in più sono aperte sempre in quanto spesso gestite da coreani con etica del lavro folle).

Oggi ho toccato il fondo della pigrizia, e per non farmi il viaggio di 2 km nel traffico con il gatto che miagola impazzino nel trasportino, ho ordinato un veterinario a domicilio. Arriva domani all’una e, come spiega il sito, questo aiuta a prevenire le ansie del gatto come quelle del padrone.

In una città in cui si spinge la popolazione a vivere senz’auto per aggirare il traffico, chi offre beni e servizi deve invece buttarcisi e trasportare il necessario a casa di noi city dwellers che abbiamo riscoperto le gioie di non fare mai più di due isolati, e la cui destinazione preferita è lo Yoga Center in fondo alla strada. Perché sti muscoli bisogna pur muoverli.

 

PS oggi inforchiamo le bici e buonanotte, ci son 20 gradi, buona primavera a tutti

 

 

A day without immigrants

Oggi la città (il paese?) è attraversata da uno strambo sciopero. I lavoratori migranti non si presenteranno nei posti di lavoro, e a quanto pare la cosa riguarderà prevalentemente il settore ristorazione.

Dico strambo perché molti proprietari di ristoranti hanno chiuso i locali in solidarietà con i dipendenti e quelli che tengono aperto hanno comunque dato la loro benedizione alla giornata di assenza, in alcuni casi addirittura promettendo la spartizione delle mance in absentia.

Qui si dibatte se andare a dare supporto a chi rimane aperto o se a nostra volta disertare i locali.

Mi mette profondamente a disagio uno “sciopero” che viene preso con cotanto entusiasmo dal “padrone”, anche se chiaramente in questo caso l’obiettovo è farsi notare dai politici, in relazione alle politiche sull’immigrazione.

Questa gente non sciopera per avere aumenti sullo stipendio minimo, ma poi non si presenta per dare un segnale vago al governo. Mah!

In ogni caso, vedremo come va la partecipazione. Per ora la mia amica insegnante riporta una grande assenza di studenti ispanici, i cui genitori lavorano tutti nella ristorazione.