Giovedi Poesia /9

Una poesia per il CdV, perché abbiamo insieme molti ricordi di palline di gomma che rimbalzano in un corridoio in cui la calda luce estiva è scurita da pesanti tendoni verdi, e anche molte scale scese di corsa per venirsi incontro.

 

“Hai mai visto una pallina”

di Irene Salvatori

Hai mai visto una pallina di gomma cadere dalle scale?
Rimbalza sugli scalini saltandoli a due a due.
Accelera quel ritmo,
le si moltiplica dentro una gioia
che esplode, scoppia
Si fa sempre più frenetica in quel suo saltare,
schizza sempre più in alto
poi tocca terra
ma solo per prendere uno slancio
ancora
nuovo
più veloce.

Così, più o meno, mi sentivo
quando scendevo le scale sapendo che stavo per incontrarti.

Immigrazione in Canada: uno sguardo indietro

As Halifax c’è un museo che è l’equivalente della Ellis Island newyorchese: si chiama Pier 21, e originariamente era il primo porto di sbarco di tutti gli emigranti dall’Europa, il più vicino alla costa del vecchio continente.

Negli anni, arrivati treni, aerei e mezzi economici, gli europei sbarcano ad Halifax relativamente di rado, o comunque procedono in fretta per altri lidi, con migliori economie e magari anche migliori climi.

La migrazione italian in Canada è relativamente recente, è andata abbastanza forte fino agli anni sessanta del ‘900, e comunque ha avuto il suo apice tra le due guerre. Non è statasempre rose e fiori, come non sempre la nostra cucina è stata condierata tra le migliori al mondo.

Quando i popoli migranti sono percepiti come inferiori, il profumo di lasagne diventa puzzo d’aglio e si fa presto a fare di tutta l’erba un fascio – come sotto il fascismo.

Una mostra attuale mostra come i nostri conterranei non abbiano avuto vita molto facile nel Canada sotto la guerra, e insieme a loro tedeschi, giapponesi e ukraini, individuati come “nemici” e spesso confinati in campi o apertamente emarginalizzati, al punto da spingerli a cambiare nome per nascondere le proprie origini.

La mostra, visibile al Pier 21 ma itinerante per il Canada, è fatta soprattutto da testimonianze dirette.

Non è male rinfrescarsi la memoria, di tanto in tanto.

 

Paura

Di cosa ho paura?

In questi giorni di tempeste elettorali ed economiche annunciate ( e non sempre poi avvenute) tutti hanno paura di qualcosa: instabilità politica, malattie, crollo dei mercati, siamo tutti terrorizzati dal cambiamento, lo status quo, che pre non ci piace granché, sembra sempre meglio di un futuro sconosciuto.

Certo non aiutano le previsioni apocalittiche dei media, e il senso di incertezza costante che trasmettono.

E poi non aiuta la nostra età, i 50 anni all’orizzonte, un senso di invecchiamento che non (sempre) corrisponde al degrado fisico, si invecchia giovani ormai, il cuore vede il tempo passare, la testa fa fatica ad elaborarlo.

Ma queste paure che intorno a me tutti hanno, mi sfiorano ma non mi scalfiscono. Non riesco veramente a temere un cambiamento radicale, e in parte forse è perché nient’altro che cambiamenti sono avvenuti nella mia vita negli ultimi 10 anni, testimone ne è questo blog.

Tre paesi, due continenti, innumerevoli case, amici, gatti, la perdita di due genitori, affetti che scivolano e tornano, vari governi e alti e bassi di vario tipo.

Siamo fragili su questa terra, lo so e l’ho sempre saputo, ho un vago senso di irratazione quando la gente arriva ora a scoprirlo. Mi rendo conto che non è giusto, che ognuno ha i suoi tempi per recepire la propria mortalità ed affrontarla, ma mi pare di dover dire, hey, alza la testa dal tuo ombelico, pensavi di essere l’eccezione alla regola?

Poi mi controllo, altri mi sono stati vicini mentre affrontavo le mie di paure, ora è il mio turno di farlo per qualcun altro.

Ma ho paura non di morire, certo di soffrire. E poi, poco altro.

Voi, di che avete paura?

 

 

Giovedì Poesia /8

Una piccola riflessione sui rapporti con il potere, alla luce delle nuove scelte politiche americane, e non.

 

“Social Skills Training”

di Solmaz Sharif

Studies suggest How may I help you officer? is the single most disarming thing to say and not What’s the problem?

Studies suggest it’s best the help reply My pleasure and not No problem.

Studies suggest it’s best not to mention problem in front of power even to say there is none.

Gloria Steinem says women lose power as they age and yet the loudest voice in my head is my mother.

Studies show the mother we have in mind isn’t the mother that exists. Mine says: What the fuck are you crying for?

Studies show the baby monkey will pick the fake monkey with fake fur over the furless wire monkey with milk, without contest.

Studies show to negate something is to think it anyway. I’m not sad. I’m not sad.

Studies recommend regular expressions of gratitude and internal check-ins. Enough, the wire mother says.

History is a kind of study. History says we forgave the executioner.

Before we mopped the blood we asked: Lord Judge, have I executed well?

Studies suggest yes. What the fuck are you crying for, officer? the wire mother teaches me to say, while studies suggest Solmaz, have you thanked your executioner today?

Prima le scuole

In un mondo che tende sempre di più verso la privatizzazione, quella che riguarda gli le scuole di tutti i livelli è la più spaventosa (si, in un certo senso ancora peggio di quella della sanità).

In America il trend è abbondantemente avanzato, cominciando dalla sponsorizzazione delle charter school (scuole alternative a quelle pubbliche, pagate con soldi pubblici) da parte delle aziende o da privati “benintenzionati”, fino alla progressiva corporatizzazione delle università, sia da un pubto di vista del finanziamento (aziende sponsorizzano i dipartimenti di economia, con lo scopo di creare teorie economiche a loro favorevoli. Ed è inutile che vi parli di cosa fanno le aziende farmaceutiche), che dal punto di vista della gestione del personale, con conseguente opposizione ai sindacati e contratti temporanei e privi di qualsiasi benefit per i docenti: infatti le cattedre sono in via di estinzione, sostituite da contratti triennali o part time per molti docenti.

Se da una parte è chiaro che un sistema farraginoso, corporativo, e nepotista come quello italiano è lontano dall’essere la soluzione, togliere sicurezza economica e quindi libertà di espressione al corpo docenti non pare una valida alternativa.

A meno che non si desideri ottenere un corpo discente incapace di pensare e creare al suo posto un gruppo di droni disposti a tutto per dollaro di stipendio….

….adesso che ci penso….