Film: Perfetti Sconosciuti

di Paolo Genovese

Il CdV ed io approfittiamo della vicinanza di amici cinefili per riaggiornarci sui film italiani persi. E’ un compito improbo, si fa quel che si può.

Così l’altra sera abbiamo visto in DVD (how XXI century) il film “Perfetti Sconosciuti” di Paolo Genovese.

Che è molto godibile, al punto da permettermi da superare certe irritazioni nei confronti dei personaggi.

Un gruppo di amici si ritrova per cena: si conoscono bene, anche troppo, e la base dell’amicizia è la costante presa in giro l’un dell’altro, al punto da farli risultare abbastanza antipatici.

Decidon odi fare un gioco: tutti metteranno il cellulare sul tavolo, e i messaggi in entrata saranno letti ad alt voce, così come le telefonate saranno ascoltate da tutti.

Inevitabilmente la situazione si complica, e presto sarà difficile per tutti spiegare certi messaggi in entrata.

Ovviamente la trama è forzata (e il regista stesso se ne rende conto, infatti farà un gigante passo indietro nel finale), ma il modo in cui le possibili difficoltà vengono affrontate è talvolta interessante, grazie anche alla grazia degli attori, che non forzano la mano con dramma, ma nemmeno troppo con la commedia.

In un particolare caso le idiosincrasie e i pregiudizi molto italiani vengono esposti in modo molto efficace.

Insomma, niente capolavoro, ma due ore molto piacevoli dopo cena.

 

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Exiles: The Wars

di Barbara Cupisti

Il film, un documentario, viaggia per tre diversi campi profughi in giro per il mondo tra Kenya, Siria e Giordania.

I tre campi profughi ritratti sono molto diversi tra loro, in un crescendo di modernità, fino a quello che ospita profughi palestinesi che hanno lasciato la propria patria a partire dal 1948.

Sulla carta il film sembrerebbe molto interessante: come funzionano questi campi, che ne è delle persone che vengono accolte, quando non trovano altra destinazione che il campo, di chi è la responsabilità, perché i profughi palestinesi nn possono tornare a casa? Purtroppo nessuna di queste domande trova risposta durante il film. Anzi, diciamo pure che le domande non vengono nemmeno fatte.

La scelta di muoversi per campi così diversi non viene spiegata e tutto il film è un campo lungo sulla tundra africana, alternato a primi piani di bambini con grandi occhioni, alternai ancora a sguardi nostalgici rivolti alla costa palestinese.

Se non sono contraria come principio ad un po’ di sano piglia budella (tutto quel che serve a smuovere le coscienze), vorrei comunque una dose di giornalismo investigativo a condimento dei miei documentari. Sono uscita dalla sala dell’Ambasciata Italiana, dove il film è stato proiettato, con la netta sensazione che essere profughi di guerra sia proprio una cosa brutta, a cui non aspirare. Senza offesa per la signora Cupisti, ma potevo anche arrivarci da sola. Anzi, vi sorprenderà, c’ero proprio arrivata. Infatti sono andata a vedere il documentario nella speranza di avere qualche informazione nuova e, se non delle risposte, almeno qualche domanda ben posta.

A onor del vero, io e la mia amica non ci siamo fermate per il Q&A (la regista era in sala), ma ho il sospetto che non avremmo risolto molto.

In tutti i casi, il documentario pare abbia vinto il Nastro d’argento, o forse il David di Donatello, ora non ricordo. Inoltre fa parte di una trilogia. Per dire.

Italo

di Alessia Scarso

Una cosa positiva di questa citta’ e’ la quantita’ di film aggratis che si possono vedere, con un po’ di ricerca e pazienza. E se non si hanno standard eccessivamente alti.

Questo particolare film l’abbiamo visto nalla sala di un recreational center appositamente noleggiata da una delle molte associazioni culturali che si arrampicano tipo edera al concetto generico di Italianità, ma la maggior parte degli spettatori erano americani bianchi sopra i 70 che hanno un’innamoramento appassionato per il particolare brand di cultura italiana che e’ al contempo fermo al 1950 e offerto in semplici e insipidi bocconcini, tipo ad esempio questo lungometraggio.

Scusate, sto divagando ma c’ho il dente un poco avvelenato.

In tutti i casi, Italo la prossima volta lascio che a vederselo siano loro.

Un cane (bellissimo, eh, mica dico di no) arriva misteriosamente in un paesino siciliano i cui problemi si riducono all’avere un gruppo di donne pettegole che ostacola il fascinoso sindaco ragazzo padre dal fare un lavoro decente. (Gli uomini sono invece tutti pensionati che commentano gli eventi dalla panchina in piazza). Neanche a farlo apposta, la presenza del nostro splendido golden retriever mette a posto tutti i conflitti, il bambino protagonista fiorisce, e il sindaco trova l’amore, come anche la bella maestra del nord (l’uno con l’altra, inevitabilmente). Il finale fa scappare lacrimuccia, e la signora dietro di me singhiozzava apertamente.

La cosa piu’ irritante è che questo film fa parte di una selezione per un festival (Il new Italian Cinema Events che si svolge a San Francisco e New York, ma ogni tanto le bricioline arrivano anche a noi) e che era sponsorizzato anche dall’Istituto di Cultura.

Non so che dire.

 

 

The Look of Silence

by Joshua Oppenheimer

Venerdi’ scorso un gruppo di amici, usciti dal lavoro, invece di andare a casa e prendersi un bel te’ caldo hanno attraversato la tundra che puo’ essere il centro della capitale per ritrovarsi davanti al National Archive.

Nel seminterrato dell’Archivio, nascosto ai molti, c’e’ una splendida sala Imax dove occasionalmente si possono vedere film che non raggiungono volentieri le sale.

E’ il caso di questo documentario girato da un regista americano sul genocidio indonesiano del 1965 (circa).

Due ore, come direbbe un’amica, di “utter dispair”.

In realta’ il film e’ la seconda parte di un progetto piu’ complesso, il primo essendo uscito un paio di anni fa’ ed avendo ottenuto grande attenzione.

Il focus di questo secondo film e’ su un venditore si occhiali che cerca di venire a patti con la brutale uccisione del fratello, prima ancora della sua nascita.

Accompagnandolo in giro per il suo lavoro, incontriamo vari membri della sua comunita’, alcuni dei quali hanno partecipato all’omicidio del fratello in maniere diretta o meno diretta.

Il nostro protagonista parla con loro, cerca di trovare un senso, e cio’ che maggiormente colpisce e’ la facilita’ con cui molti raccontano gli eventi di 50 anni fa, senza trattenere dettagli sanguinosi, e senza apparente senso di colpa.

Un po’ di fastidio emerge in alcuni degli intervistati, qualche volta si intravvede il desiderio di dimenticare, ma in genere nessun freno sembra trattenerli dal racconto spontaneo, a tratti picaresco, degli eventi passati.

I figli degli assassini sono un poco piu’ in imbarazzo, un poco meno desiderosi di affrontare certi argomenti. Ma solo una arriva a chiedere scusa per conto del padre, gli altri vorrebbero solo trovarsi altrove.

Non so cosa dica sulla natura umana un film del genere. Non so nemmeno se il regiosta avesse un messaggio per lo spettatore. Ma il fastidio e’ forte nel vederlo, ed anche un poco d’ansia per la facilita’ con cui, come razza, scivoliamo nel nostro lato piu’ abbietto.

 

 

 

Nuove aggiunte al National Film Registry

La Library of Congress gestisce questo catalogo di film importanti, che siano visivamente e culturalmente rilevanti, e ogni anno il Biblitecario ne aggiunge 25, che siano almeno vecchi di 10 anni.

Se uno fosse ancora in cerca di improbabili challenge per il nuovo anno – siamo ancora a gennaio, no?-, questi 25 film entrerebbero di diritto nelle cose da vedere per il 2016.

Ma purtroppo (o per fortuna?) l’anno è già intenso ed impegnato.

Comunque quest’anno, tra gli altri (lista completa qui) nel catalogo è entrato Top Gun, Dracula – versione in spagnolo del 1931 -, Ghostbusters, The Shawsjhank Redemption, ma anche un’imperdibile The Story of Menstruation, (A.D. 1946) sponsorizzato da Kimberly and Clark and prodotto, meravigliosamente dalla Disney. No, devo averlo!

 

Tempo Instabile con Probabili Schiarite (2015)

di Marco Pontecorvo

È un film garbato, con un paio di buone idee, solide interpretazioni, e un pò di stereotipi italiani ma trattati con leggerenzza.

In un paesino delle Marche, i gestori di una cooperativa in crisi vengono sorpresi dalla scoperta di un pozzo petrolifero in cortile. La prospettiva di potersi arricchire provocano uno scossone nei rapporti dei soci, mettendo in luce i diversi aspetti delle rispettive personalità. Chi vuole arricchirsi e basta, chi vuole salvare l’ambiente, chi vorrebbe condividere la nuova risorsa con tutto il paese.

La situazione sembra precipitare, ma naturalmente trattasi di commedia, da prendere con leggerezza ed in cerca del lieto fine.

Come storia parallela, il figlio di uno dei soci è un disegnatore di manga, e ci sono dei siparietti con l’animazione dei personaggi, che peró non rinunciano al dialetto marchigiano.

 

Turtutto e Zingaretti nel Cast.

Il Giovane Favoloso

Di Mario Martone

Arrivo tardi, lo so, e d’altronde questo è il dramma dell’emigrante (ah ah). I libri si reperiscono facilmente, i film sono un pò più ardui, mica tutto passa da Netflix. (Questo poi magari si, mica ho controllato).

Insomma in città c’è un gruppo di volonterosi italofoni o italofili (non italiani) che organizza visioni di film circa una volta al mese, nella sala della Casa Italiana, ovvero il circolo di Italoamericani con cucina e chiesa annesse che non manca in quasi nessuna grande città Nord Americana.

Quindi ci siamo cuzzati due ore abbondanti, seduti su sedia di finta pelle, di Giacomo Leopardi in versione Elio Germano che soffre, annusa libri, e si rotola sulle sponde dei fiumi di tutta Italia.

Ora sembra male, detto così, ma il film non mi è mica dispiaciuto, anzi, gli attori sono bravi, la storia avvincente anche se magari la narrazione va un pò lenta, qua e là, ma nel complesso, non male. L’unica cosa che ci ha lasciato perplessi, ci si diceva col CdV attraversando Judiciary Square dopo la proiezione, sono certe libertà – presumiamo – che si è presa la sceneggiatura. Risulta da alcuna parte che Leopardi visitò mai un basso napoletano con tanto di prostituta ermafrodita? E che lo fece in preda ad una specie di semi delirio? E soprattutto, perché?

E insomma, gli davo anche un discreto voto, al film, ma poi mi scrive un’email l’amica americana con cui abbiamo visto il film, che non c’era stato tempo di discuterne, sul momento. E mi dice, l’amica: era proprio un’anima torturata, questo poeta. E allora mi viene l’attacco di bile.

Perché alla fine io ci ho messo il mio filtro, davanti a questo film, quello che ama il Leopardi delle operette morali, il filosofo e pensatore tagliente e straordinariamente lucido e moderno. E invece a chi di Leopardi non sa nulla (e sia chiaro, non è che io sia un’esperta), il film restituisce esattamente l’immagine che da generazioni viene venduta ai liceali, il povero poeta sfortunato in amore e in salute, ma con un animo tanto, tanto sensibile.

Chiaramente qualcosa è andato storto, nella narrazione di Martone. Ma francamente, di rivedermi il film per capire che cosa, non ne ho proprio voglia alcuna. Semmai, mi leggo un po di Leopardi.