Tendenze coabitative dei giovani americani

I giovani americani lasciano casa presto, in genere quando vanno al College, che per loro inizia verso i 18 anni. Questa immagine dei giovani che iniziano presto ad abituarsi ad una vita con poche radici e dei genitori che, superata la sindrome da nido vuoto, adattano allegramente la stanza dei figli a nuovo spazio per hobby, ci è stata trasmessa da film, serie tv e libri ed è ormai parte integrante del nostro immaginario.

Ma a quanto pare corrisponde sempre meno al vero: il Pew Center riporta che il 2014 ha dato inizio al trend inverso. I giovani adulti si ritrovano con più probabilità a vivere con i genitori che da soli, o persino con un partner di sorta.

In parte il cambio di tendenza è dovuto all’età sempre più avanzata per “sistemarsi” (ormai la media è sui 35 anni). Ma vivere con mamma è papà pare essere più comune tra gli uomini che tra le donne, e nel caso di genitori single, è sempre più probabile che sia la madre il capo famiglia.

Inevitabilmente, anche la possibilità di trovare un lavoro che paghi abbastanza da lasciare il nido influisce sulla scelta di restare nel basement di mamma. Il prezzo delle case in America (e altrove) è in rapida ascesa ormai da decenni.

Ancora, il fenomeno sembra riguardare maggiormente giovani con alto grado di istruzione, che anche hanno la tendenza a sposarsi più tardi, ma la tendenza si inverte se analizziamo il fenomeno per etnia.

Penso che questi trend riflettano perfettamente una situazione economica che è – o viene percepita  – come sempre più instabile dai giovani, che preferiscono il porto sicuro finché non si sentono perfettamente in grado di spiccare il volo.

Annunci

Il declino degli e-book. O forse no.

Vi ho già parlato del mio meraviglioso Kindle Voyage? Ci arrivo da un prima o seconda generazione, con ancora i tasti sul frontalino. Su questo invece ho luce integrata nello schermo e – per la maggior parte dei libri – la possibilità di vedere il numero di pagina, invece di quel noiosissimo “avanzamento percentuale”.

Prima di partire a raccontarmi quanto mi perdo a leggere libri di carta fate un bel respiro e tranquillizzatevi. Continuo a leggerli. Ma il Kindle mi consente di avere sempre con me un mare di possibili letture (appena scaricata a $0.99 l’opera omnia di Edith Warthon), leggere la sera senza disturbare nessuno, e soprattutto continuare ad approfittare della mia meravigliosa bivlioteca pubblica americana anche a distanza.

Inoltre è anche molto bello scrivere lettere: com’è che continuate a mandare email, invece? Insomma, sono più tradizionalista dei più, ma fare i luddisti non è pratico se vivete a cavallo di due paesi ed un numero imprecisato di città.

C’è anche da dire che l’e-book non ha radicalmente cambiato il modo di leggere: sempre parole nere su sfondo bianco, sempre giriamo le pagine e leggiamo generalmente dall’inizio alla fine.

Infatti, se c’è qualcosa da rimproverare ai produttori di e- readers è proprio questa scarsa propensione al rischio. Cosa si potrebbe fare se si spingesse sull’innovazione?

Intanto le statistiche dello scorso inizio anno davano un calo nell’acquisto di e-books. I giovani li leggono poco, preferiscono i paperbacks, magari usati, a pochi centesimi sulle bancarelle. La flessione belle vendite non è enorme ma visibile. Ricompaiono le librerie piccole e specializzate nelle città, Amazon non riesce, non può, offrire il servizio che il tuo libraio di fiducia offre.

Ma ora pare di no: le ultime statistiche sembrano mostrare una ripresa nella vendita di e-books. Gli autori auto- pubblicanti pare riescano a ricavare un margine di guadagno maggiore che con l’editoria tradizionale.

Ma i librai resistono la formula, e i libri cartacei sopravvivono.

Forse dobbiamo adattarci: possiamo scrivere email, e lettere appassionate su carta color seppia con penne stilografiche ad inchiostro violetto. Possiamo leggere libri tradizionali e su Kindle.

Basta che leggiamo. Basta che scriviamo.

 

Sui limiti del sapere diffuso

Alzi la mano chi non usa Wikipedia. E chi non pensa che sia la migliore invenzione dall’acqua calda, e che sia molto meglio della Britannica in 24 polverosi volumi, che faccia il nobile lavoro di delegare alle masse la diffusione della conoscenza a il controllo del valore degli articoli.

Se siete tra questi, magari vi interessa il lavoro di un artista tedesco, Gregor Weichbrodt, che ha catalogato tutte le voci di Wikipedia che riguardano degli artisit e che sono state cancellate perché il soggetto è ritenuto “poco rilevante”.

Chi decide quanto è rilevante un artista, senza seguire le regole di mercato ovviamente, e se merita o no di essere tramandato ai posteri tramite Wikipedia?

O per espandere il problema, chi decide cosa è culturalmente rilevante in un’enciclopedia online scritta prevalentemente da uomini (non ho tempo di cercare roba più recente, ma qui trovate un’articolo di The Atlantic sull’argomento) e comunque generalmente da un gruppo molto poco diversificato, anche geograficamente?

Ci sono stati casi di articoli scientifici cancellati perché l’audience degli editor non li capiva, troppo tecnici, o perché  non si trovavano altri riferimenti sulla rete allo stesso argomento.

Ma l’idea della censura degli artisti meno conosciuti è particolarmente d’effetto, perché l’arte è per tutti ma non lo è, e in un momento in cui l’interesse si sta risvegliando comunque la gente non riesce a trattenersi dal volere immagini riconoscibili e condivisibili, persino nelle enciclopedie.

Questo il sito dell’artista tedesco, da cui potete scaricare l’elenco e magari scoprire nuovi talenti che la grande voce popolare di Wikipedia ritiene indegni.

 

 

 

Razzismo a Hollywood

Non se se seguiate gli Oscar, pardon, gli Academy Awards, a parte un’occhiata al giornale in giorno dopo la serata dei premi. Qui è un affare sentito, la gente si riunisce in serate casalinghe o nei cinema per vedere i film che erano sfuggiti, si organizzano parties la sera della premiazione, e soprattutto se ne discute e dibatte con un occhio al razzismo/sessismo/altri ismi assortiti.

Soprattutto a fronte del crescente discorso sulla “diversity” nei media (lo scorso anno l’industria editoriale capitolò – un pochino – riguardo al fatto che al maggiore evento fieristico nazionale la percentuale di scrittrici donne e minoranze era irrisoria), una si aspetterebbe un occhio speciale e specialmente visti i problemi razziali che l’America sta affrontando da sempre ma che sono nell’occhio del ciclone ormai da mesi.

Invece niente, nemmeno una nominaton ad attori di colore, nemmeno quando erano numerosi o il film era a specifica tematica. In quel caso addirittura, si è assegnata una nomination all’unico bianco del cast, o all’unico bianco dietro le quinte.

Più che una dimenticanza, questa volta sembra un vero e proprio schiaffo in faccia ad una porzione della popolazione. Una porcata, direbbe qualcuno.

E infatti la reazione non tarda ad arrivare, e si moltiplicano le minacce di boicottare la serata, e l’istituzione. Istituzione però che a questo punto pare talmente eradicata dalla realtà, che ci si chiede se abbia persino coscienza, di queste voci che arrivano da tutt’intorno, scandalizzate, offese, derisorie. Mi immagino il signor Academy chiuso in uno studio di pannelli di rovere, con whiskey di malto e sigaro in bocca, ormai troppo anziano e troppo testardo per accendere l’apparecchio acustico e rendersi conto che il mondo intorno a lui sta cambiando.

Qualcuno lo aiuti ad allacciarsi il cravattino.

Nel frattempo, alcuni attori bianchi (namely, Charlotte Rampling) replicano che dovrebbe vincere gli Oscar chi è più bravo, senza relegare quote a minoranze varie.

Anche il nostro Massimo Gramellini si è associato a questa opinione, in un Che tempo che fa che ho visto di straforo l’altro giorno.

Un’opinione del genere per prima cosa parte dal presupposto che l’Oscar lo vincano i più bravi, opinione talmente naif che fa quasi ridere. Ma soprattutto non tiene in nessun conto la realtà del razzismo strutturale degli Stati Uniti (e non solo loro).

Il problema consiste nella mancanza completa di visibilità da parte delle minoranze in una società che finge di essere omogenea per evitare l’imbarazzo di una realtà post coloniale ancora molto presente.

Fingiamo pure che gli attori neri siano meno bravi di quelli bianchi, ma soprattutto ignoriamo che l’establishment di Holliwood, e non solo, è fatto principalmente di uomini bianchi di una certà età, che le attrici donne hanno una loro categoria a parte perché è il modo più semplice per fornire una vernice di uguaglianza, che certi film non arrivano neanche nel sub radar della maggioranza della gente perché le case distributrici non vogliono fare scelte che considerano rischiose.

Signor Gramellini, prima di fare dichiarazioni da bimbominchia, si guardi tutti i film con protagonisti attori di colore quest’anno (se li guardi in lingua originale, se le riesce) e poi decida dove sono gli attori bravi e quelli no.

Le suggerisco di cominciare con “Beast of no nation” e “Creed”.

(scusate, ma m’ha fatto venire un nervoso…)

 

Le armi che girano il mondo

Qualcuno ha pubblicato s Facebook un grafico da un articolo da Libération che raffigura l’export di armi dalla Francia verso i paesi in guerra (e non).

Lo metto qui, sopra il link a tutto l’articolo

Les exportations d'armement de la France entre 2010 et 2014

Anche noi mica scherziamo: ecco un altro grafico da linkiesta.com sulle esportazioni dal mondo. Siamo in pole position, dal 2010 al 2013.

Schermata 2015 05 24 Alle 11

Non c’è da stupirsi troppo se poi alcune di quelle armi ritrova la via di casa nelle mani di gente meno amichevole della media.

Più accademico il report della Stockholm Internationa Peace Research Institute, ci informa tra le altre cose che:

  • Il volume del traffico è globalmente aumentato del 16% nell’ultimo triennio rispetto al triennio precedente.
  • Usa, Russia Cina, Germania e Francia sono i principali esportatori, per un totale del 74% del traffico globale. (Noi si eccelle in armi leggere, come visto sopra).
  • I maggiori importatori sono le regioni di Asia, oceania, Medio Oriente

Se vi incuriosisce, il SIPRI ha un databese molto accurato, qui, supportato dai governi di Svezia, Olanda e Repubblica Ceca.

Dove vivere tranquilli

Ovvero, senza o con minore probabilità di disastri naturali, negli aree metropolitane degli USA, ovviamente.

Si può sempre contare sul NYT per mappe e grafici meravigliosi, eccone un’altra:

Cliccate qui per vederla meglio, e anche dare un’occhiata a quella degli uragani!

A quanto pare da queste parti siamo a discreto rischio di inondazioni, tornadi e altre piacevoli eventi metereologici!